Il fallimento italiano in Africa

La città di sotto,letture&ascolti&visioni,migranti 4 dicembre 2017 | 0 Comments

La politica italiana per l’immigrazione ha evidenziato le sue caratteristiche in questi giorni.
L’obbiettivo è la riduzione degli sbarchi e questo è perseguibile solo se si affida ad altri il compito di fermarli e/o dirottarli.
Gli accordi con la Libia (o una parte di essa) hanno questo scopo, per questo l’Italia fornisce: mezzi per l’interdizione dei flussi, addestramento delle forze di interdizione, finanziamenti alla struttura militare di intercettazione, finanziamenti per il ricovero dei migranti intercettati.
Questa politica ha ottenuto tre risultati tra loro connessi e interdipendenti: la riduzione del numero degli sbarchi, l’aumento dei morti in mare, la costruzione in Libia di campi di detenzione, che gli osservatori internazionali di ogni orientamento hanno definito lager, nei quali sono sospese le più elementari regole democratiche, di sicurezza e igieniche.

Incisiva è l’attività parallela messa in atto nell’ambito della cooperazione internazionale, con i paesi africani. Questa, con manovre diplomatiche, incontri bilaterali e convegni internazionali, si sta progressivamente trasformando nel finanziamento di progetti di rafforzamento e controllo dei confini dei paesi subsahariani allo scopo di fermare i flussi migratori.
Non è difficile immaginare i risultati di questa politica: si sposteranno le rotte migratorie e aumenteranno i morti nel deserto (morti il cui conteggio è incerto e difficile già ora).
Coloro che credevano alla “diversità” positiva della politica italiana per i migranti sono così sconfessati dalle pratiche criminali messe in moto dal nostro paese!

Che fare?
Denunciare questa politica, argomentando e fornendo i dati e le informazioni necessarie; favorire l’apertura di canali umanitari per rendere possibile l’ingresso sicuro dei migranti; predisporre strutture permanenti e diffuse di accoglienza per comunità migranti, anche autogestite; abolire il reato di clandestinità.
Le migrazioni non si fermano, lo insegna la storia, si possono governare: le Istituzioni, se lo vogliono, e le comunità accoglienti, se ci sono, possono rendere possibile tutto ciò.
Costruiamo!

Di seguito ancora una riflessione di Alessandro Dal Lago apparsa su il manifesto proprio sulle recenti scelte del governo.

 

Il fallimento italiano in Africa non insegna nulla

Che cosa è andato a fare in Tunisia il Presidente del Consiglio?
Ecco la risposta sintetica di diversi quotidiani: «Portare aiuti alla Tunisia perché chiuda la rotta ai migranti». Gentiloni visiterà altri paesi africani, ma non andrà in Libia.
Comunque, già che era da quelle parti, si è espresso anche sulle relazioni sulla ex-colonia: dopo aver dichiarato che le condizioni dei migranti sub-sahariani in Libia sono «terrificanti» e «disumane», ha auspicato un miglior coordinamento con le «autorità libiche» per lottare contro «il traffico di essere umani».
Gentiloni è uomo sensibile ai diritti umani e sociali, sembra. E allora perché rilasciare dichiarazioni tanto contraddittorie, al limite dell’insensatezza, per chi lo legge o lo ascolta?
Se le condizioni dei migranti sono così atroci – come riportano i media di tutto il mondo, Ong varie e Nazioni Unite – perché accordarsi con i responsabili delle atrocità, cioè fazioni che non governano nulla, signori della guerra e capi delle milizie che imperversano in Libia?
La risposta è semplice: al governo italiano importa solo che i migranti non partano per l’Italia, quale che sia il loro destino.
E infatti proprio mentre Gentiloni parlava annegavano in mare e pure «dilaniati dagli squali» altri disperati fuggiti dalle coste libiche e i sopravvissuti al naufragi subito sono stati riportati nei centri di detenzione in Libia.
Ecco il senso dei famosi accordi di Minniti, il braccio poliziesco del governo Gentiloni, con il fantomatico governo Serraj e gli altri capi bastone.
Non bisogna stancarsi di ripetere che si tratta di uno scambio orrendo, che copre di vergogna il nostro paese: l’Italia dà aiuti militari ai libici perché ci tengano lontano i migranti, perché insomma se ne occupino loro come preferiscono.
La cosa è talmente ovvia che è stato lanciato dal governo italiano un bando perché le Ong gestiscano i centri di detenzione in Libia. Come dire: sappiamo che quelli li torturano, li derubano e un po’ li uccidono. Andate un po’ a vedere se riuscite a farli torturare e uccidere un po’ meno. Se mai una Ong accetterà, bisognerà denunciarla come connivente del governo italiano e quindi di quei libici che uccidono e torturano.
Il governo italiano ha talmente la coda di paglia in materia che la ministra Pinotti ha dichiarato che il «terrificante» trattamento dei migranti è precedente agli accordi di Minniti con i libici.
E allora, se lo si sapeva – e Minniti, con tutti i servizi segreti che frequenta da anni, non poteva non saperlo -, perché fare accordi con quelli? Non era ovvio, allora come oggi, che l’ossessione per il blocco delle rotte migratorie, nell’Africa sahariana e nel mar Mediterraneo, avrebbe causato una violazione di massa dei diritti umani, e cioè stragi per terra e per mare?
Tra quegli accordi ce n’era uno davvero letale: che sia la guardia costiera libica, dotata di navi italiane, a occuparsi di fermare i barconi in acque internazionali, impedendo i soccorsi alle navi delle Ong umanitarie. Le quali, di fatto, hanno dovuto fermare gli interventi (anche a questo e non altro è servita l’immonda campagna contro i salvataggi promossa dalla destra, da Salvini a Di Maio).
E così si moltiplicano le denunce dell’inazione italiana, come ha fatto ieri Sos Méditerranée e delle aggressioni della guardia costiera libica contro le navi umanitarie. E si moltiplicano nell’indifferenza generale gli annegamenti di uomini, donne e bambini.
Naufragi e sbarchi sono ripresi alla faccia del nostro governo (quanto ad Alfano, il diretto interessato, chi l’ha visto?). Insomma, Minniti ha fallito l’obiettivo che si era posto, e cioè delegare tutta la faccenda agli africani.
Ma il fallimento non insegna nulla. Anzi. Oggi Gentiloni è ad Abidjan al vertice Europa-Africa con un po’ di imprenditori pubblici e privati al seguito.
Ci va, buon ultimo dopo Francia e Germania, per fare un po’ d’affari e soprattutto per generalizzare a tutta l’Africa la lotta contro «il traffico di esseri umani», cioè per bloccare le emigrazioni in partenza.
Visti gli effetti degli accordi con La Libia, nuove stragi si annunciano.

il manifesto, 28/11/2017

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