Archive for terra !

No TaV. Incontro.

// settembre 1st, 2010 // No Comments » // NO TAV, movimenti&reti&territorio, news

No TaV

Lunedì 06 settembre,    21.00 – 23.00

Chiusa di San Michele
presso la Piazza della Repubblica

Le Amministrazioni Comunali e la Comunità Montana Visto il Progetto Preliminare della TAV Torino-Lione Che prevede un forte impatto sulla Piana delle Chiuse, con enormi infrastrutture e oltre 10 anni di cantierizzazione.

Invitano la popolazione ad una SERATA INFORMATIVA

PER ROMPERE L’ASSEDIO DELLA STRISCIA DI GAZA PIENO APPOGGIO ALLE PROSSIME FLOTTIGLIE E AI PROSSIMI CONVOGLI DIRETTI A GAZA

// agosto 30th, 2010 // No Comments » // Laboratorio sociale, archivio, azione, globalizzazione, movimenti&reti&territorio, news

PER ROMPERE L’ASSEDIO DELLA STRISCIA DI GAZA PIENO APPOGGIO ALLE PROSSIME FLOTTIGLIE E AI PROSSIMI CONVOGLI DIRETTI A GAZA

Il terribile massacro a bordo della Mavi Marmara il 31 maggio ha portato a uncambiamento radicale dell’opinione pubblica internazionale nei confronti dell’assedio disumano del popolo di Gaza.

Lungi dall’aver dissuaso le persone di coscienza dal tentare di porre fine a quell’assedio, l’assalto israeliano contro la Freedom Flotilla sta spingendo un maggior numero di attivisti a portare aiuti umanitari al popolo palestinese e a porre fine al blocco.

Viva Palestina UK ha lanciato “Viva Palestina 5 – a global lifeline to Gaza”, un convoglio via terra, senza precedenti, che partirà da Londra sabato 18 settembre, in collegamento con i convogli che partiranno da Casablanca e da Doha (Qatar), con l’obiettivo di raggiungere Gaza con 500 veicoli di aiuti.

E’ giunto il tempo di rispondere alle atrocità quotidiane dei militari israeliani con un flusso di umanità verso il popolo di Gaza. 

Contemporaneamente l’International Committee to Break the Siege on Gaza sta organizzando la Freedom Flotilla II, una flottiglia più grande della precedente, con l’obiettivo di arrivare a Gaza, a ottobre, nello stesso momento dei convogli.

Il messaggio del popolo assediato di Gaza è forte e chiaro: arrivate numerosi, in modo coordinato e organizzato, via mare e via terra, per consegnare aiuti vitali, per mettere in evidenza la brutalità e la violenza dell’assedio e per porre fine a questa barbara situazione.

Questo è il motivo per il quale il convoglio globale verso il valico di Rafah, che il governo egiziano ha affermato essere “aperto”, una atroce menzogna tra le tante, è così vitale.

Questo è il motivo per il quale la Freedom Flotilla II, a fronte delle molte dichiarazioni di condanna dell’assedio, dopo l’eccidio della Mavi Marmara, che non hanno avuto alcun seguito operativo, è così vitale.

Viva Palestina Italia, su delega di Viva Palestina UK, ha il compito di coordinare la partecipazione italiana al convoglio che partendo da Londra arriverà a Gaza attraverso la Francia, l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Siria, la Giordania e l’Egitto.

L’obiettivo ambizioso è di contribuire con almeno 20 veicoli dall’Italia.

Il movimento di solidarietà con la resistenza del popolo palestinese sta assumendo, attraverso tutte queste iniziative, le caratteristiche di autentiche brigate internazionali di attivisti non-violenti. Bisogna rispondere con la forza della ragione politica e la determinazione del dovere morale a chi tenta di criminalizzare quanti hanno partecipato ai convogli e alle flottiglie precedenti e quanti, governi e associazioni umanitarie, li hanno sostenuti.

Noi sottoscritti, consci della gravità della situazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, delle discriminazioni alle quali sono soggetti i palestinesi cittadini di Israele, del problema irrisolto dei profughi, esprimiamo tutto il nostro appoggio ai convogli e alle flottiglie che si stanno organizzando in numerosi paesi e anche in Italia.

Noi sottoscritti, consapevoli della complicità attiva con Israele dei governi occidentali, e tra questi del governo italiano, e dei paesi arabi “moderati”, invitiamo, in questo momento di profonda crisi morale, culturale e politica della società italiana, tutte le persone di coscienza, tutte le istituzioni rappresentative, tutte le organizzazioni politiche e sindacali, tutto l’associazionismo, a sostenere, politicamente ed economicamente, queste iniziative affinché venga posta fine ad una delle situazioni più barbare e disumane dei nostri tempi, la costrizione di 1.500.000 palestinesi nel campo di concentramento a cielo aperto della Striscia di Gaza.

La lotta a sostegno dei palestinesi è una lotta in difesa di tutti i popoli oppressi.

E’ una lotta contro il colonialismo occidentale che in Medio Oriente ha manifestato e manifesta tutte le sue forme più odiose e criminali.

E’ una lotta per la dignità umana.

 Chi vuole aderire a questa presa di posizione invii una email a:  vivapalestinaitalia@gmail.com.

 info@ism-italia.orgvivapalestinaitalia@gmail.comwww.ism-italia.orgwww.vivapalestina.org

Manuale per vivere meglio.

// agosto 19th, 2010 // No Comments » // No Nucleare, movimenti&reti&territorio, terra !

Ancora qualche suggerimento, di Guido Viale,  per confrontarci sui temi del risparmio energetico, di nuovi modelli di vita e scelte di governo del territorio.

Nel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo «sviluppato», i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di circa dieci punti percentuali di Pil a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali.

L’aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato ha reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente per vivere decentemente. La crisi ha messo in luce – e continuerà a farlo per anni – la profondità di questa trasformazione.
Una parte dell’impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l’indebitamento (mutui, acquisti a rate, carte di credito, «prestiti d’onore», usura) sul cui traffico è ingrassata la finanza internazionale con i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati.
Questo processo ha alterato profondamente la struttura industriale del mondo. La produzione dei beni di consumo più popolari ha progressivamente abbandonato i paesi già industrializzati, per trasformare la Cina e gran parte del Sudest asiatico in un’area manifatturiera al servizio del resto del mondo. In compenso è enormemente cresciuto, al servizio dei ceti politici, manageriali e professionali più ricchi o di autentici rentier, ormai diffusi in tutti i paesi del mondo, un consumo opulento costituitosi in un vero e proprio comparto, denominato per l’appunto «lusso», che riunisce indifferentemente gioielli, abbigliamento, pelletteria, arredamento, auto, imbarcazioni, aerei personali, resort turistici, case e uffici principeschi, a cui è stato in larga parte delegato il compito di sostenere produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione: una sorta dei «keynesismo» di seconda generazione, in cui a sostenere la domanda non è più la spesa pubblica, ma quella dei ricchi.

Questa nuova allocazione delle risorse dà la misura dei guasti, in gran parte irreversibili, di un trentennio di liberismo. Difficilmente un aumento dei redditi popolari e della conseguente domanda di prodotti di consumo potrebbero avere effetti sostanziali su produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione; a meno di promuovere un processo di riterritorializzazione che, insieme alla rilocalizzazione degli impianti, investa contestualmente anche i modelli di consumo, gli stili di vita e la tipologia dei beni e dei servizi prodotti.
Come eliminare gli sprechi

È altamente improbabile, comunque, che nei prossimi anni si possa assistere a un sostanziale recupero salariale, visti gli attuali rapporti di forza, che in tutto il mondo hanno messo alle corde il lavoro dipendente: grazie alla facilità con cui le produzioni possono essere delocalizzate in paesi con salari e protezioni ambientali più basse (e con un interventismo di Stato più elevato: vedi il caso Fiat Serbia); ma anche ai flussi migratori messi in moto dalla globalizzazione: sia dell’informazione e dei trasporti che quella della miseria. Caso mai è più probabile che continui il trend di deflazione salariale attuale.

Pertanto, senza sminuire l’importanza di mantenere aperto il fronte della lotta per il salario, la difesa delle condizioni di vita dei percettori di redditi bassi – o di nessun reddito; o di qualche forma di assistenza progressivamente erosa dallo strangolamento del welfare state – va probabilmente affrontata con altri mezzi: soprattutto attraverso una riconversione dei modelli di consumo che non riduca l’accesso ai beni di base irrinunciabili – o che addirittura lo migliori – limitando però gli esborsi monetari, i consumi superflui e gli sprechi.

È ovvio che di questo indirizzo possono e dovrebbero diventare un punto di riferimento tutti coloro che hanno conservato una maggiore possibilità di aggregazione, e che in moti casi sono anche i più direttamente colpiti: cioè gli operai delle fabbriche, in particolare di quelle investite dalla crisi o sul punto di esserlo. Ma le loro battaglie potranno avere esiti positivi se riusciranno a mettere in moto processi che coinvolgano anche altre fasce sociali.

Innanzitutto, trasformazioni in questa direzione potranno avere tanto più successo quanto più le entità associative troveranno sostegno, legittimazione e supporti tecnici ed economici da parte delle amministrazioni locali; e, naturalmente, quanto più riusciranno a sviluppare una interlocuzione, legata a precise convenienze, con una parte, almeno, dell’imprenditoria: a partire da quella impegnata nel sistema distributivo e nel comparto agricolo, ma senza trascurare l’artigianato – soprattutto quello di manutenzione – e, attraverso processi più mediati, anche la grande impresa di produzione e di servizio. Il meccanismo che accomuna i diversi processi è, o parte, dallo stesso problema: aggregare domanda.

La politica dei vuoti a rendere

Cominciando dalle cose più semplici: la nostra spesa quotidiana è composta in larga misura da imballaggi inutili e costosi (Coldiretti ha calcolato, per una serie di items di largo consumo, che spesso l’imballaggio assomma a un terzo del valore del prodotto e a volta lo supera: la quarta settimana di salario se ne va direttamente nel cassonetto). Buone pratiche dal successo ormai consolidato dimostrano che molti di questi imballaggi, destinati a inquinare l’ambiente sotto forma di rifiuti e ad aggravare i bilanci dei Comuni (e degli utenti che pagano la Tia o la Tarsu) sotto forma di servizi di igiene urbana, possono essere eliminati con circuiti di vuoto a rendere o, in molti casi, con la vendita alla spina. Dove gli enti locali si sono impegnati a promuovere questi sistemi, diffusione e accettazione sono state più rapide. Lo stesso vale per l’usa e getta, dalle stoviglie ai gadget ai pannolini.

Tra il campo e il negozio l’intermediazione dei prodotti freschi assorbe fino a quattro quinti del prezzo finale. I Gas (Gruppi di acquisto solidale) hanno dimostrato che in molti casi è possibile instaurare rapporti diretti con gli agricoltori, garantendo la qualità biologica del prodotto, un maggior ricavo per i produttori e un risparmio per i consumatori. Un vantaggio analogo – anche se con minori controlli – lo offrono i farm market (mercati aperti alla vendita diretta da parte dei produttori agricoli). In entrambi i casi i Comuni possono giocare un ruolo centrale, innanzitutto nell’autorizzare, ma anche nel promuovere e sostenere, entrambi i processi.
Gli acquisti dei Gas, che sono una forma di auto-organizzazione dal basso, possono progressivamente estendersi a una gamma molto più ampia di prodotti, compresi molti beni durevoli: forse non tutte le intermediazioni possono essere facilmente bypassate; ma una convenzione con distributori disponibili, specie se promossa o garantita da un’amministrazione locale, può alleggerire notevolmente i ricarichi.

Da oltre un anno il mercato dell’energia è stato liberalizzato. Certo gli utenti non possono seguire giorno per giorno i corsi del kWh per scegliere di volta in volta il fornitore più economico. Ma quello che non può fare il singolo lo può fare per conto di tutti un’associazione; specie se a promuoverla o a garantirla è un Ente locale in grado di mettere a disposizione anche le competenze specifiche necessarie; magari ingaggiando o costituendo una Esco (Energy Saving Company, cioè una società autorizzata a svolgere operazioni del genere). La stessa operazione si può fare contrattando direttamente anche le bollette telefoniche e di connessione con i provider informatici.
E veniamo agli interventi più pesanti: costi e consumi di riscaldamento e condizionamento (e persino quelli di illuminazione) possono venir contenuti drasticamente con interventi sulle apparecchiature, sull’impiantistica e sugli involucri degli edifici, tutte cose che oggi sono incentivate e che potrebbero fruire di un Ftt (finanziamento tramite terzi) se eseguiti su larga scala. Una modalità che può azzerare i costi di installazione, ma a cui nessun privato ha la possibilità di accedere singolarmente. Un’iniziativa dell’Ente locale per promuovere l’accesso a questa opportunità in forma associata potrebbe sortire risultati rilevanti. Ovviamente il primo a mettere in ordine i propri edifici e impianti (anche per il suo effetto dimostrativo) dovrebbe essere l’Ente locale stesso, magari imponendo lo stesso intervento ai soggetti su cui può avere voce in capitolo: a partire dagli ospedali, grandi consumatori di energia per riscaldamento, raffrescamento, forza motrice e sterilizzazione.

Questo discorso vale a maggior ragione per il ricorso alle fonti rinnovabili; solare termico per acqua sanitaria e preriscaldamento dei locali, fotovoltaico, ma anche eolico (dove ce ne sono le condizioni), minieolico e biogas nelle aziende agricole e negli stabilimenti sparsi sul territorio.
L’auto (acquisto, assicurazione, carburante, manutenzione, parcheggio e multe) divora da un terzo alla metà dei redditi bassi. Si dice che nessuno è disposto a staccarsi da questa sua protesi, e in parte è vero. Ma un servizio efficiente di mobilità di linea e personalizzata, promuovendo e organizzando car pooling, car sharing e trasporto a domanda, può permettere, soprattutto a chi l’auto propria o due auto in famiglia non può più permettersele, di farne a meno: con risparmi sostanziali.

Recuperare i beni dismessi

Una grande risorsa è infine nascosta nel mercato dell’usato, oggi marginalizzato da un cumulo di divieti e dalle stigmate dell’esclusione. La quantità di beni durevoli avviati alla discarica o alla rottamazione senza essere né consunti né inutilizzabili è immensa. Qui il ruolo delle amministrazioni pubbliche può essere centrale. Sia per autorizzare raccolta, selezione, riabilitazione e commercio dei beni oggi destinati a ingrossare il flusso dei rifiuti (si pensi solo a quello che arriva nelle stazioni ecologiche), sia per legittimare e riconoscere un merito sociale a chi pratica, in qualsiasi posizione lungo la filiera del riuso, il recupero dei beni dismessi.
Strettamente legate alla estensione del riuso sono la capacità e la possibilità di riparare e di tenere in esercizio i beni durevoli che si guastano. Una capacità che può essere insegnata e diffusa: sia facendo riacquistare a ciascuno di noi, nei casi più semplici, una manualità a cui abbiamo rinunciato da tempo; sia creando le condizioni perché, nei casi più complessi, un esercito di artigiani sia disponibile a costi accettabili a prendersi cura dei beni da riparare; per permetterci di continuare a usarli, o per cederli a chi è disposto a riusarli.

È questo un grande bacino occupazionale, da tempo trascurato, ma che, oltre a ridurre gli sprechi, ha il vantaggio di riunire nella stessa persona manualità, attenzione (e persino amore) per le cose che ci circondano e competenze tecniche anche di altissimo livello: gli elementi essenziali del paradigma dell’«uomo artigiano» (Richard Sennett) in cui si concretizza la figura di lavoratore che ci porterà fuori, in positivo, dall’era fordista. Oltretutto, la presenza e l’accessibilità di reti diffuse e capillari di riparatori possono indurre una parte dell’apparato industriale a riconsiderare come fattori competitivi durata e riparabilità dei beni messi in commercio. Due caratteristiche oggi totalmente sacrificate all’alimentazione dei mercati di sostituzione; ma due formidabili fonti di risparmio per il consumatore.

il manifesto, 18/8/2010

Le richieste del “Social Forum delle Americhe”.

// agosto 18th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, news, terra !

Difendere la madre terra per difendere i diritti umani     di Elvira Corona

Con gli interventi dei presidenti Latinoamericani Fernando Lugo, Evo Morales e Pepe Mujuca si è chiuso il IV Social Forum delle Americhe, svoltosi nella capitale paraguayana di Asunciòn dall’11 al 15 agosto. Come previsto quest’anno non c’è stato un unico appuntamento – che da ormai 10 edizioni si contrappone al Forum economico di Davos – ma una serie di eventi in varie parti del mondo e durante tutto l’anno.

Circa 10mila partecipanti, tra esponenti di movimenti della società civile e difensori dei diritti umani provenienti da diversi paesi si sono dati appuntamento ad Asunciòn per scambiare esperienze e proporre nuove strategie per un altro mondo possibile, partendo da un’altra America possibile. “La nostra America Latina è in cammino” – ha detto il padrone di casa Fernando Lugo, salutando e ringraziando tutti i partecipanti del Forum, sottolineando come solo fino a qualche anno fa sarebbe stato impossibile pensare di avere un presidente indigeno e un ex desaparecido tra i suoi ospiti, senza dimenticare che lui è un ex sacerdote.

Riforma agraria, misure contro la militarizzazione del territorio e contro la criminalizzazione dei movimenti sociali dei popoli latinoamericani sono stati alcuni degli argomenti discussi durante la settimana in una serie di riunioni autogestite, ma anche il rispetto della madre terra contro lo sfruttamento scellerato, unico modo per difendersi dai cambiamenti climatici che colpiscono maggiormente questa parte del mondo, la difesa della sovranità alimentare ma anche territoriale.

A questo proposito il presidente del Paraguay ha parlato dei pericoli che minacciano l’America Latina, ricordando come esempio il colpo di stato in Honduras: “La pace nella regione è un elemento di democratizzazione che stanno vivendo i nostri paesi, contro i tentativi di destabilizzazione. Lo scontro diretto non fa parte della nostra agenda e ne è prova il caso Colombia-Venezuela”. Il presidente dell’Uruguay, José Mujica, ha sottolineato il fatto che non esiste un solo modello di democrazia, e oggi si devono tenere in considerazione una molteplicità di modelli: “La libertà deve essere pensata partendo dalla diversità” – ha aggiunto Mujica.

Evo Morales, presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia, ha messo in evidenza i risultati economici raggiunti dal suo governo: “Negli ultimi 40 anni la Bolivia aveva una situazione permanente di deficit fiscale, ora è un paese con entrate medie e questo grazie al recupero delle risorse naturali e al fatto di essersi liberato dai condizionamenti del G7 e del Fondo Monetario Internazionale – ha dichiarato Morales – questa è una ribellione democratica contro l’imperialismo, e adesso stiamo meglio di prima”.

Rispetto ai cambiamenti climatici il presidente boliviano ha denunciato gli effetti che sta subendo il suo paese e quelli a livello globale: “Incendi, inondazioni, siccità, fenomeni mai visti prima in alcune parti del mondo stanno aumentando e aumenteranno ancora – ha detto Morales – e di fronte a questa situazione il capitalismo anziché ridurre i gas effetto serra, pensa a salvare e aumentare i suoi affari attraverso il mercato del carbonio, direttamente collegato ai nostri boschi. Per questo siamo giunti alla conclusione che in questo secolo è importante difendere la madre terra per difendere i diritti umani”.

Tra le tematiche più interessanti di questa settimana all’insegna della ricerca di alternative plausibili all’attuale modello di sviluppo, ci sono sicuramente la questione agrobusiness e sovranità alimentare. Diverse organizzazioni campesine e indigene e ambientaliste come la Coordinadora Latinoamericana de Organizaciones del Campo (CLOC) Vía Campesina (VC) il Grupo Erosión Tecnología y Concentración (ETC), Amigos de la Tierra e Grain si sono trovate d’accordo nella necessità di lottare insieme contro l’espansione dell’agrobuisness in America Latina, pratica che tende ad impossessarsi delle terre più per produrre alimenti per gli animali e combustibili da utilizzare come fonti energetiche che per nutrire gli esseri umani, provocando non solo seri danni al territorio e al clima ma anche lo spostamento di milioni di famiglie di campesinos e indigeni costretti a rifugiarsi nelle città.

Martín Drago di Amici della Terra Uruguay, ha dichiarato che “l’agrobuisness si sta appropriando della biodiversità dei popoli attraverso le grandi multinazionali, le banche il commercio internazionale, dominando i modelli di consumo e i prezzi degli alimenti a livello mondiale”. Ha poi criticato le grandi organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale ma anche la FAO e la Banca Interamericana per lo Sviluppo che secondo l’attivista “non sono al servizio della gente ma rispondono gli interessi delle aziende. Questo crea un’architettura internazionale attraverso i trattati di libero commercio e costringono i paesi a rinunciare alla propria sovranità” – ha aggiunto Drago.

Spiegando il sistema per cui le eccedenze della produzione industriale e i profitti del sistema finanziario confluiscono verso l’agricoltura facendole perdere la propria autonomia e rendendola un settore sul quale investire per continuare ad accumulare capitali, Drago ha parlato di una vera e propria offensiva contro l’agricoltura campesina: “La frontiera agricola è globale, si perdono agricoltori e contadini, che si trasformano in mano d’opera o sfollati. Gli alimenti diventano merce per riprodurre il capitale”. Monsanto, Bayer, Syngenta, Cargill, Dreyfus, sono tra le principali multinazionali responsabili di questa tendenza, “questo investimento di capitali implica un flusso continuo di capitale verso il settore agricolo che diventa un settore appetibile nel quale investire”.

E questo ha un impatto negativo sugli esseri umani, sopratutto non aiuta a combattere la fame. Il leader di Amici della Terra ha citato i dati della FAO secondo i quali nel mondo si producono sufficienti alimenti per alimentare tutto il pianeta, tuttavia ci sono più di un miliardo di persone che soffrono la fame.

Altra questione affrontata è quella delle coltivazioni monocoltura dove il modello di produzione è impostato verso l’esportazione su larga scala. Diffusosi negli ultimi decenni in America Latina, questo modello ha riempito i campi del continente di monocolture e piantagioni transgeniche, provocando la devastazione delle terre coltivate da contadini e abitate da indigeni ma anche la perdita della biodiversità, riducendo la terra utilizzabile dalle famiglie. Un esempio fatto nell’incontro paraguayano è stato quello del Costa Rica, dove si sta vivendo una vera e propria catastrofe ambientale e rurale per la coltivazione dell’Ananas per il mercato internazionale, principalmente per quello europeo.

Gustavo Oreamuno dell’organizzazione costaricana Ditso ha parlato di coltivazioni di ananas che si estendono per 42 mila ettari nel 2009 nel suo paese, piazzandosi al quarto posto tra i prodotti esportati e la prima per estensione. Oreamuno ha spiegato che la produzione dell’ananas negli ultimi 20 anni è aumentata del 7600%, coltivazioni che hanno un alto costo per le comunità e altissimi profitti per le multinazionali esportatrici. “E’ nata la necessità di organizzarsi da parte delle comunità, per far fronte alle espropriazioni della terra dei contadini per le coltivazioni dell’ananas e per rivendicare la sovranità alimentare” – ha denunciato il rappresentante del Costa Rica.

Gli attivisti hanno sottolineato come gli effetti di questo modello sono sempre più visibili anche in campo ambientale, distruzione della biodiversità, la perdita di foreste tropicali, inquinamento e alterazioni del ciclo dell’acqua, la perdita di qualità del suolo. L’agricoltura industriale è responsabile del 25% delle emissioni di biossido di carbonio, e dell’80% di protossido di azoto nel pianeta. Per i movimenti sociali presenti al Social Forum delle Americhe l’agricoltura contadina è anche una proposta per il raffreddamento del pianeta. Insomma dal Paraguay arriva la necessità di un cambio radicale di modello che si potrebbe riassumere nelle parole di Silvia Ribeiro di Grupo Erosión Tecnología y Concentración ETC-Messico: “L’agricoltura è una cultura”.

Elvira Corona (Inviata di Unimondo)

Si apre ad Asunción (Paraguay) il Forum sociale delle Americhe

// agosto 14th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, movimenti&reti&territorio, news

Sono almeno 10.000 i partecipanti, tra esponenti di movimenti della società civile e difensori dei diritti umani provenienti da diversi paesi, al IV Forum sociale delle Americhe (Fsa) ospitato fino a Domenica ad Asunción per scambiare esperienze e proporre nuove strategie per “un altro mondo possibile”. Evento regionale collegato al Forum sociale mondiale (Fsm), che, nato in risposta al Forum economico mondiale, quest’anno ha compiuto 10 anni dal primo incontro a Porto Alegre (Brasile, 2001), il Forum di Asunción intende “realizzare un dibattito democratico di idee tra entità e movimenti della società civile che si oppongono al neoliberismo economico e al dominio del mondo da parte del capitale o di qualsiasi altra forma di imperialismo”. Per raggiungere questo obiettivo – riporta l’agenzia di notizie brasiliana ‘Adital’ – conferenze ed eventi sono in programma sul tema centrale “l’America Latina di fronte alla crisi globale: minacce e alternative”; Sabato è prevista la conferenza “Sovranità e integrazione: la Nostra America è in cammino”. Tra i partecipanti, gruppi femminili, ‘campesinos’, movimenti ambientalisti, operatori di giustizia e pace, rappresentanti di popoli indigeni. Il governo del presidente Fernando Lugo ha dichiarato il Forum “di interesse nazionale” attraverso in decreto in cui sottolinea il suo interesse “allo scambio democratico di idee ed esperienze e all’articolazione di progetti che contribuiscano alla costruzione di una società pluralista”.[MISNA]

Ancora su Pomigliano. Guido Viale si difende dalle critiche.

// giugno 24th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

FIAT.  L’abbaglio ideologico  …di Guido Viale

Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un’intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l’occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull’ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive. Per Stefano Cingolani: «in certe assemblee gauchiste c’era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l’assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell’imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l’economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l’ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E’ quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.

Scrive Ernest Ferrari: «D’accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce la Fiat «dall’interno»: «Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti». E aggiunge: «Magari tra non molto Marchionne chiederà altri sacrifici, perché il mercato non tira. Marchionne l’ha fatto capire più di una volta». Poi precisa: «ho paura che stia tornando la moda dei volumi (di vendite)piuttosto che dei talenti…anche alla Volkswagen hanno sposato la teoria dei volumi; ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi». «Insomma, c’è aria di bluff?» chiede l’intervistatore. E lui risponde: «Marchionne fa quel che può».

Anche Cingolani si chiede: «Chi può garantire che le auto non restino sui piazzali? E quanto costeranno i modelli sfornati dalle catene di montaggio?» Domande senza risposta. Cingolani le affronta con un suo personale «piano B»; questo sì, datato agli anni ’70: quando i cosiddetti paesi emergenti adottavano le tecnologie abbandonate dai paesi più industrializzati, e questi passavano a produzioni a più alto valore aggiunto (Era la teoria di Hirschmann delle “anatre volanti”, che si alzano in volo in ordine, una dietro l’altra). Ma oggi Cina, India e Brasile hanno, sì, costi del lavoro e ambientali più bassi; ma anche livelli tecnologici paragonabili ai nostri e capacità di ricerca e sviluppo superiori (anche perché da noi scuola e ricerca sono state gettate alle ortiche). Inoltre, senza impianti di assemblaggio a portata di mano, l’innovazione tecnologica e organizzativa non ha verifiche. Quindi, perché il distretto automobilistico torinese possa mantenere i suoi atout in campo motoristico e dello styling, una parte del montaggio dovrà comunque restare in Italia. Ma non è detto che tocchi a Pomigliano. Nell’assemblaggio, più che altrove, a contare sono i costi. Lo conferma Michele Magno: «La sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi». L’unico a non nutrire dubbi sul piano Marchionne è Francesco Forte. E sapete perché? Perché «il piano è stato valutato positivamente dalle banche e dalla borsa»: due istituzioni che hanno raggiunto la credibilità più bassa della loro storia.

Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all’anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un’industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l’aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l’unico vero problema è l’abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?
Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all’assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno.

Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele.
Nel 1968 la Fiat pensò di inquadrare con una disciplina di ferro 15mila nuovi assunti, messi al lavoro a Mirafiori tutti d’un colpo, senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo fuori della fabbrica: nel tessuto urbano di una città che tra l’altro era “sua”, ma dove per i nuovi assunti non c’era nemmeno un posto per dormire. Ne nacque una lotta che ha sconvolto gli stabilimenti del gruppo per i successivi dodici anni. Adesso si pretende di mettere in riga, con un accordo sui turni e i ritmi di lavoro e con i limiti posti al diritto di scioperare e ammalarsi, uno stabilimento industriale i cui problemi nascono soprattutto dal degrado del tessuto sociale circostante. Non dice niente, per esempio, il fatto che a presidiare il gazebo installato a sostegno dell’accordo ci fosse il sottosegretario Cosentino, incriminato per camorra, ma “immunizzato” dal Pdl?

Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la “rieducazione” degli operai di Pomigliano – per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l’establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro – è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell’attività lavorativa, l’invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.

Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l’esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze – magari provocando anche una rivolta tra la popolazione – cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l’esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà la Fiom. Se non sarà la Fiom sarà l’iniziativa di base; o il “disordine” del territorio; o i contenziosi in tribunale; o un ricorso alla Corte Costituzionale. O, più semplicemente, il prossimo aggiornamento sulla situazione dei mercati. Intanto, a segnare un punto, è stata la politica antioperaia di tutto il governo.

Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E’ indubbio – scrive Michele Magno – che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative…continua a pulsare qui».
Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall’oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E’ in gioco – continua Magno – il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D’accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?

Per verificare se è vero che l’azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un’alternativa del genere non c’è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l’adozione di un’alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.

Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano – e sperano – che si possa fare invece trasferendo la Panda a Pomigliano. Perché una conversione produttiva di quella portata e con quelle finalità è proprio l’opposto di quell’idea “larvatamente autoritaria” di chi dice «Farò io il vostro bene» pensando di poter «pianificare le svolte dello sviluppo», come sostiene Bruno Manghi sul Foglio e Riotta ripete sul suo giornale.

Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c’erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.

il manifesto, 23/6/2010

1.000.000 di firme per l’acqua pubblica !!!

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // Laboratorio sociale, archivio, movimenti&reti&territorio, news, terra !

Un milione di firme. Il movimento dell’acqua pubblica riparte dai cittadini, e dalle associazioni.   I partiti sono lontani, senza lobbies  i Comitati si sono mossi con una critica radicale alla gestione multinazionale dei servizi vitali, sfidando le pratiche opportunistiche di molti Enti locali.

Ora va rafforzato l’appello alla partecipazione: oltre ogni delega, per una gestione collettiva del territorio e dei suoi beni.

marco

Il Comitato Biellese dice:

Siamo milionari!

Posted Dom, 06/20/2010 – 10:20 by Staff

Ebbene sì, grazie anche al contributo del Biellese abbiamo raggiunto a livello nazionale 1 milione di firme per ognuno dei tre quesiti referendari contro la privatizzazzione dell’acqua ed a favore della gestione pubblica.

Il Comitato Acqua Pubblica Biellese ha raggiunto ad oggi circa 1300 firme. Ora siamo in piena fase di recupero dei certificati elettorali, i prossimi appuntamenti per gestire questa parte (la più delicata e fondamentale della raccolta firme) sono mercoledì 23 giugno e lunedì 28 giugno, sempre alle 20.30 al CSV di Biella in via Tripoli 24. L’ultima data di raccolta firme è invece sabato 26 giugno, ore 15-18 in via Italia all’altezza dei portici del municipio.

Per mettervi in contatto con noi vi ricordiamo che potete scrivere alla mail acquapubblicabiellese@gmail.com

Conclusa la raccolta firme sarà necessaria una campagna di sensibilizzazione a larga scala, poichè sarà necessario che vadano a votare i tre referendum almeno 25 milioni di italiani.

Per seguire le prossime iniziative del Comitato potete iscrivervi al nostro gruppo Facebook: http://www.facebook.com/group.php?gid=336478182158&ref=ts

L’analisi del protocollo Fiat di Pomigliano.

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

Analisi del protocollo Fiat

Ritorno a «Tempi moderni» Corpo e anima dell’operaio in mano al padrone

Antonio Di Stasi*

 

Cogliere il senso dell’operazione che la Fiat vuole imporre ai lavoratori di Somigliano d’Arco con la richiesta ai sindacati di firmare un «inedito» contratto aziendale, significa rappresentarsi l’applicazione delle regole «sulla proprietà» alla «persona» del lavoratore, che diverrebbe un «oggetto» completamente subordinato a interessi e voleri dell’impresa; attraverso, innanzitutto, la negazione di una propria autonoma gestione del tempo fuori dal lavoro.

Il primo tratto della proposta di accordo sindacale consiste nella circostanza che i tempi di lavoro li si vorrebbero scanditi unilateralmente a prescindere dalle elementari esigenze di organizzazione di vita personale e familiare. La riduzione degli spazi di libertà, in particolare, avverrebbe attraverso la previsione della «turnazione articolata a 18 turni settimanali», il che significa che la conquista del sabato libero sarebbe di fatto persa e che diverrebbe precario anche il riposo domenicale pieno.
La storica conquista del lavoro su 5 giorni sembrerebbe compensata dall’affascinante possibilità di lavorare, a settimane alterne, su quattro giorni, così da poter disporre di week-end più lunghi.

Senonché, solo per tre volte ogni due mesi i giorni di riposo aggiuntivi alla domenica potrebbero essere goduti di venerdì e sabato o di lunedì e martedì. Ma quel che rende completamente precario l’impianto, e fa presagire ben altre prospettive, tanto da determinare l’espropriazione al lavoratore anche della gestione del tempo liberato dal lavoro, è la possibilità per l’azienda di imporre il lavoro straordinario per 80 ore annue pro capite che, aggiunte alle 40 previste dal Contratto nazionale, portano a un monte di 120 ore. Considerato che esse sono «da effettuarsi a turni interi», risulterebbe di molto ridotta la possibilità di usufruire di 3 week-end ogni due mesi, potendo la Fiat chiedere ogni anno altri 15 giorni di lavoro a turno intero «senza preventivo accordo sindacale». Se a ciò si aggiunge la previsione sui «recuperi di produttività» esigibili anche «nei giorni di riposo individuale, in deroga a quanto previsto dal Contratto nazionale», si capisce il senso vero dell’operazione aziendale. L’introduzione dell’articolazione su 18 turni non comporterebbe, infine, solamente un massiccio svolgimento di prestazioni notturne, ma anche la deroga alla legge n. 66 del 2003.

A queste condizioni, che renderebbero la vita liberata (sempre meno) dal lavoro non programmabile da parte del lavoratore e della sua famiglia, va aggiunta l’ulteriore previsione di una riduzione della pausa. Con l’applicazione del sistema «Ergo VAS» il lavoratore subirebbe una decurtazione netta del tempo di pausa in quanto, anziché usufruire di due riposi da venti minuti, usufruirebbe di tre riposi da dieci minuti; il che, unito al vincolo della «fruizione collettiva», impedirebbe di fatto al lavoratore di allontanarsi dalla postazione e avere così la pur minima possibilità di rifocillarsi in locali diversi da quelli ove è posta la linea o postazione di lavoro.

Oltre alla precarizzazione del tempo di vita – nei desiderata Fiat – si avrebbe la precarizzazione della dignità lavorativa, sotto il profilo sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori del mantenimento della professionalità acquisita, con ampliamento extra legem, della possibilità di modificarla in senso peggiorativo. L’operazione va sotto il nome di «rapporto diretti-indiretti» e prevede la riassegnazione della mansione a prescindere dalle professionalità maturate ex art. 4 comma 11 l. 223/91. Di più, non ritenendosi tale spazio discrezionale sufficiente, è anche prevista l’ulteriore incipiente possibilità di «successiva assegnazione ad altre postazioni di lavoro».
Vi è, infine, un’inquietante ultima parte, che svela come l’operazione predisposta dalla Fiat, non sia dettata da esigenze organizzative, ma miri a possedere oltre al «corpo» del lavoratore anche la sua «anima», aumentando la sua totale subordinazione ai voleri aziendali. Ci si riferisce, soprattutto, al pacchetto di sanzioni, disciplinari, economiche e normative contenute sotto la voce «clausole di responsabilità».

Il livello di attacco va in una triplice direzione: verso le organizzazioni sindacali, verso la Rsu e soprattutto verso i semplici lavoratori con l’esplicita finalità di blindare «l’esercizio dei poteri riconosciuti all’azienda dall’Accordo».

Si vorrebbe rendere il singolo lavoratore più debole esponendolo maggiormente dal punto di vista disciplinare e terrorizzandolo con l’ampliamento delle causali di licenziamento, oltre ad indebolirlo sul profilo della tutela sindacale (prevedendo tagli o azzeramenti ai diritti per l’esercizio dell’attività sindacale).
In particolare, contro i lavoratori si stabilirebbe la possibilità di introdurre ulteriori fattispecie sanzionabili disciplinarmente, prevedendo esplicitamente che la violazione delle regole introdotte con l’accordo, anche solo di una di esse, comporta il «licenziamento per mancanze».

Tale ultima parte, di cui risultano evidenti, anche a chi non è un esperto giurista i profili di nullità ed illegittimità, sotto un profilo più complessivo è di una gravità inaudita perché vuole legare, meglio sarebbe dire negare, ogni possibilità futura di intervenire su aspetti che incidono sulla vita e dignità dei lavoratori, sui tempi di lavoro come sulla professionalità, come su voci normative, economiche e retributive.

L’accordo spingerebbe, inoltre, in maniera fortissima verso la divisione dei lavoratori con negazione di qualsiasi spazio collettivo per modificare o migliorare le condizioni di lavoro e la individualizzazione spinta delle relazioni che renderebbe il lavoratore più debole e precario.

La gravità della richiesta fa il paio con la grossolanità delle ipotesi giuridiche prospettate in quanto semplifica questioni ineludibili, come quelle sull’efficacia del contratto aziendale verso tutti i lavoratori, anche dissenzienti rispetto a condizioni peggiorative; sul rapporto tra contratti collettivi di diverso livello, vieppiù se non sottoscritti da tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale di lavoro; sulla possibilità dell’autonomia collettiva di introdurre deroghe in peius a diritti previsti dalle legge; sulla negazione di forme di opposizione o di lotta, sottintendendo pure la riduzione del diritto di sciopero, anche se indetto per modificare le condizioni contenute nell’accordo stesso.   

*Università di Ancona, www.dirittisocialiecittadinanza.org

il manifesto, 20/6/2010

Ancora su Pomigliano. Un codice antioperaio, di Fausto Bertinotti

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

Forse c’è un dna anche nelle aziende, una sorta di codice genetico che le spinge ad essere quello che sono state. Se fosse così, quello della Fiat sarebbe il dna più organicamente repressivo e autoritario, un codice decisamente antioperaio. Un codice così strutturato che solo una straordinaria mobilitazione dei lavoratori, come è stato negli anni Settanta, e una straordinaria produzione culturale e politica delle loro organizzazioni possono piegare. Pomigliano è l’orribile assolutizzazione del suo codice autoritario di governo della produzione. Negli anni Cinquanta, la Fiat lo perseguì con un sistema di spionaggio sugli operai attraverso le loro schedature (a proposito di privacy), con il reparto-confino e i licenziamenti politici degli iscritti alla Fiom (una vera ossessione per la Fiat il dover avere a che fare con un sindacato dei lavoratori autonomo dall’azienda).
Nel passaggio cruciale dell’80 la Fiat affrontò la ristrutturazione internazionale dell’auto con uno scontro frontale con i sindacati, per mutare la composizione sociale del lavoro, per abbattere il potere di contrattazione in azienda e guadagnare mano libera nel governo dell’impresa. Nei passaggi cruciali la Fiat sceglie una filosofia regressiva dello stesso taylorismo: la fabbrica come universo concentrazionario, un luogo senza democrazia, senza libertà, senza dignità. Il mezzo è coerente con il fine. Questa volta per Pomigliano è ricorsa a un ricatto violento: o mangi questa minestra, quella che io ti preparo, o ti butto dalla finestra. L’onda d’urto è potente; tutto l’ordinamento democratico delle relazioni sociali viene travolto.

Non si salva niente, né la contrattazione aziendale, né il contratto nazionale, né il diritto di sciopero, né la Costituzione. Alcuni giuslavoristi hanno giustamente messo in rilievo lo strappo, a questo proposito, rispetto al diritto di sciopero. Ma c’è una cosa che, più profondamente, colpisce l’intera costruzione costituzionale. Nella Costituzione il lavoro è il fondamento della Repubblica e di una precisa concezione della democrazia, quella per cui deve tendere all’eguaglianza per essere tale. A Pomigliano, al contrario, per avere il lavoro devi rinunciare alla democrazia. Si capisce così il rapporto stringente tra l’attacco della Fiat, per il radicale cambiamento dei rapporti sociali in fabbrica, e la scelta del governo di mettere in discussione la Costituzione assolutizzando la libertà d’impresa per colpire l’intero rapporto sociale.

Pomigliano non è un caso, è un indicatore di tendenza: un segnalatore dell’incendio che sta bruciando i diritti sociali. Perciò è scandaloso che chi denuncia, giustamente, il bavaglio sui diritti di informazione non si affianchi alla Fiom nel denunciare lo strame di diritto quando questo tocca la vita dei lavoratori. Se poi è il sindacato a farlo, allora è puro suicidio. Né può convincere l’atteggiamento di chi, pur onestamente e lucidamente, vede e denuncia l’aggravamento drammatico imposto alla condizione di lavoro e l’abbattimento dei diritti dei lavoratori per poi sostenere però l’impossibilità di sottrarsi al ricatto.

Tener fuori il sindacato dalla corresponsabilità di questa svolta regressiva della civiltà del lavoro, qualsivoglia cosa oggi possano fare i lavoratori ricattati, è essenziale per il loro domani.
Su queste colonne, sono stati individuati, con molta precisione, gli elementi intollerabili di questo diktat che solo un’ipocrisia può definire accordo. C’è però una questione generale su cui bisognerebbe riuscire a investire l’opinione democratica. Quel che la Fiat vuol realizzare è un preciso modello di produzione e di lavoro, un modello che potremmo definire iper-taylorista. In esso non c’è posto per il sindacato perché non c’è posto per la soggettività operaia. Il lavoratore è concepito come un’entità sospesa tra lo scimmione ammaestrato e il robot. I tempi, i modi di lavorazione, l’organizzazione del lavoro sono stabiliti fuori dal controllo del lavoratore, fuori dal suo sapere, dalla sua conoscenza, dalla sua esperienza. Che queste potessero contare è ciò che è stato alla base del famoso «la salute non si vende».

Domani, a Pomigliano, la salute dei lavoratori non si compera neppure più. Se la Fiat deve competere, nelle forme che lei decide, che ci sia o no la salute dei lavoratori conta poco, anzi nulla. E, in effetti, non ci sarà, perché quel lavoro sarà causa diretta di malattia. La Fiat non impara neppure dal dibattito che in Europa si è aperto sui troppi suicidi nei luoghi di lavoro. Le fa scudo la sua pessima tradizione, quella che, con Valletta, divideva i lavoratori in «costruttori e distruttori», per poter licenziare, senza particolari complessi di colpa, questi ultimi. Usando lo stato di necessità, la paura, il ricatto la Fiat pensa di governare mettendo lavoratori contro lavoratori. Ieri fu drammaticamente così nella marcia dei 40mila oggi, farsescamente, trent’anni dopo, ci riprova a Pomigliano. Sempre organizzando le marce con i suoi quadri (quanto odio semina questa Fiat!).

Ma di cosa ha paura la Fiat? Essa ha con sé il governo, un gigantesco apparato di comunicazione pubblica e privata, le organizzazioni padronali e parti significative dei sindacati. Ha contro solo la Fiom, neanche la Cgil. Di che cosa ha paura? Eppure, ha ragione di avere paura.