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PER ROMPERE L’ASSEDIO DELLA STRISCIA DI GAZA PIENO APPOGGIO ALLE PROSSIME FLOTTIGLIE E AI PROSSIMI CONVOGLI DIRETTI A GAZA

// agosto 30th, 2010 // No Comments » // Laboratorio sociale, archivio, azione, globalizzazione, movimenti&reti&territorio, news

PER ROMPERE L’ASSEDIO DELLA STRISCIA DI GAZA PIENO APPOGGIO ALLE PROSSIME FLOTTIGLIE E AI PROSSIMI CONVOGLI DIRETTI A GAZA

Il terribile massacro a bordo della Mavi Marmara il 31 maggio ha portato a uncambiamento radicale dell’opinione pubblica internazionale nei confronti dell’assedio disumano del popolo di Gaza.

Lungi dall’aver dissuaso le persone di coscienza dal tentare di porre fine a quell’assedio, l’assalto israeliano contro la Freedom Flotilla sta spingendo un maggior numero di attivisti a portare aiuti umanitari al popolo palestinese e a porre fine al blocco.

Viva Palestina UK ha lanciato “Viva Palestina 5 – a global lifeline to Gaza”, un convoglio via terra, senza precedenti, che partirà da Londra sabato 18 settembre, in collegamento con i convogli che partiranno da Casablanca e da Doha (Qatar), con l’obiettivo di raggiungere Gaza con 500 veicoli di aiuti.

E’ giunto il tempo di rispondere alle atrocità quotidiane dei militari israeliani con un flusso di umanità verso il popolo di Gaza. 

Contemporaneamente l’International Committee to Break the Siege on Gaza sta organizzando la Freedom Flotilla II, una flottiglia più grande della precedente, con l’obiettivo di arrivare a Gaza, a ottobre, nello stesso momento dei convogli.

Il messaggio del popolo assediato di Gaza è forte e chiaro: arrivate numerosi, in modo coordinato e organizzato, via mare e via terra, per consegnare aiuti vitali, per mettere in evidenza la brutalità e la violenza dell’assedio e per porre fine a questa barbara situazione.

Questo è il motivo per il quale il convoglio globale verso il valico di Rafah, che il governo egiziano ha affermato essere “aperto”, una atroce menzogna tra le tante, è così vitale.

Questo è il motivo per il quale la Freedom Flotilla II, a fronte delle molte dichiarazioni di condanna dell’assedio, dopo l’eccidio della Mavi Marmara, che non hanno avuto alcun seguito operativo, è così vitale.

Viva Palestina Italia, su delega di Viva Palestina UK, ha il compito di coordinare la partecipazione italiana al convoglio che partendo da Londra arriverà a Gaza attraverso la Francia, l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Siria, la Giordania e l’Egitto.

L’obiettivo ambizioso è di contribuire con almeno 20 veicoli dall’Italia.

Il movimento di solidarietà con la resistenza del popolo palestinese sta assumendo, attraverso tutte queste iniziative, le caratteristiche di autentiche brigate internazionali di attivisti non-violenti. Bisogna rispondere con la forza della ragione politica e la determinazione del dovere morale a chi tenta di criminalizzare quanti hanno partecipato ai convogli e alle flottiglie precedenti e quanti, governi e associazioni umanitarie, li hanno sostenuti.

Noi sottoscritti, consci della gravità della situazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, delle discriminazioni alle quali sono soggetti i palestinesi cittadini di Israele, del problema irrisolto dei profughi, esprimiamo tutto il nostro appoggio ai convogli e alle flottiglie che si stanno organizzando in numerosi paesi e anche in Italia.

Noi sottoscritti, consapevoli della complicità attiva con Israele dei governi occidentali, e tra questi del governo italiano, e dei paesi arabi “moderati”, invitiamo, in questo momento di profonda crisi morale, culturale e politica della società italiana, tutte le persone di coscienza, tutte le istituzioni rappresentative, tutte le organizzazioni politiche e sindacali, tutto l’associazionismo, a sostenere, politicamente ed economicamente, queste iniziative affinché venga posta fine ad una delle situazioni più barbare e disumane dei nostri tempi, la costrizione di 1.500.000 palestinesi nel campo di concentramento a cielo aperto della Striscia di Gaza.

La lotta a sostegno dei palestinesi è una lotta in difesa di tutti i popoli oppressi.

E’ una lotta contro il colonialismo occidentale che in Medio Oriente ha manifestato e manifesta tutte le sue forme più odiose e criminali.

E’ una lotta per la dignità umana.

 Chi vuole aderire a questa presa di posizione invii una email a:  vivapalestinaitalia@gmail.com.

 info@ism-italia.orgvivapalestinaitalia@gmail.comwww.ism-italia.orgwww.vivapalestina.org

Le richieste del “Social Forum delle Americhe”.

// agosto 18th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, news, terra !

Difendere la madre terra per difendere i diritti umani     di Elvira Corona

Con gli interventi dei presidenti Latinoamericani Fernando Lugo, Evo Morales e Pepe Mujuca si è chiuso il IV Social Forum delle Americhe, svoltosi nella capitale paraguayana di Asunciòn dall’11 al 15 agosto. Come previsto quest’anno non c’è stato un unico appuntamento – che da ormai 10 edizioni si contrappone al Forum economico di Davos – ma una serie di eventi in varie parti del mondo e durante tutto l’anno.

Circa 10mila partecipanti, tra esponenti di movimenti della società civile e difensori dei diritti umani provenienti da diversi paesi si sono dati appuntamento ad Asunciòn per scambiare esperienze e proporre nuove strategie per un altro mondo possibile, partendo da un’altra America possibile. “La nostra America Latina è in cammino” – ha detto il padrone di casa Fernando Lugo, salutando e ringraziando tutti i partecipanti del Forum, sottolineando come solo fino a qualche anno fa sarebbe stato impossibile pensare di avere un presidente indigeno e un ex desaparecido tra i suoi ospiti, senza dimenticare che lui è un ex sacerdote.

Riforma agraria, misure contro la militarizzazione del territorio e contro la criminalizzazione dei movimenti sociali dei popoli latinoamericani sono stati alcuni degli argomenti discussi durante la settimana in una serie di riunioni autogestite, ma anche il rispetto della madre terra contro lo sfruttamento scellerato, unico modo per difendersi dai cambiamenti climatici che colpiscono maggiormente questa parte del mondo, la difesa della sovranità alimentare ma anche territoriale.

A questo proposito il presidente del Paraguay ha parlato dei pericoli che minacciano l’America Latina, ricordando come esempio il colpo di stato in Honduras: “La pace nella regione è un elemento di democratizzazione che stanno vivendo i nostri paesi, contro i tentativi di destabilizzazione. Lo scontro diretto non fa parte della nostra agenda e ne è prova il caso Colombia-Venezuela”. Il presidente dell’Uruguay, José Mujica, ha sottolineato il fatto che non esiste un solo modello di democrazia, e oggi si devono tenere in considerazione una molteplicità di modelli: “La libertà deve essere pensata partendo dalla diversità” – ha aggiunto Mujica.

Evo Morales, presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia, ha messo in evidenza i risultati economici raggiunti dal suo governo: “Negli ultimi 40 anni la Bolivia aveva una situazione permanente di deficit fiscale, ora è un paese con entrate medie e questo grazie al recupero delle risorse naturali e al fatto di essersi liberato dai condizionamenti del G7 e del Fondo Monetario Internazionale – ha dichiarato Morales – questa è una ribellione democratica contro l’imperialismo, e adesso stiamo meglio di prima”.

Rispetto ai cambiamenti climatici il presidente boliviano ha denunciato gli effetti che sta subendo il suo paese e quelli a livello globale: “Incendi, inondazioni, siccità, fenomeni mai visti prima in alcune parti del mondo stanno aumentando e aumenteranno ancora – ha detto Morales – e di fronte a questa situazione il capitalismo anziché ridurre i gas effetto serra, pensa a salvare e aumentare i suoi affari attraverso il mercato del carbonio, direttamente collegato ai nostri boschi. Per questo siamo giunti alla conclusione che in questo secolo è importante difendere la madre terra per difendere i diritti umani”.

Tra le tematiche più interessanti di questa settimana all’insegna della ricerca di alternative plausibili all’attuale modello di sviluppo, ci sono sicuramente la questione agrobusiness e sovranità alimentare. Diverse organizzazioni campesine e indigene e ambientaliste come la Coordinadora Latinoamericana de Organizaciones del Campo (CLOC) Vía Campesina (VC) il Grupo Erosión Tecnología y Concentración (ETC), Amigos de la Tierra e Grain si sono trovate d’accordo nella necessità di lottare insieme contro l’espansione dell’agrobuisness in America Latina, pratica che tende ad impossessarsi delle terre più per produrre alimenti per gli animali e combustibili da utilizzare come fonti energetiche che per nutrire gli esseri umani, provocando non solo seri danni al territorio e al clima ma anche lo spostamento di milioni di famiglie di campesinos e indigeni costretti a rifugiarsi nelle città.

Martín Drago di Amici della Terra Uruguay, ha dichiarato che “l’agrobuisness si sta appropriando della biodiversità dei popoli attraverso le grandi multinazionali, le banche il commercio internazionale, dominando i modelli di consumo e i prezzi degli alimenti a livello mondiale”. Ha poi criticato le grandi organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale ma anche la FAO e la Banca Interamericana per lo Sviluppo che secondo l’attivista “non sono al servizio della gente ma rispondono gli interessi delle aziende. Questo crea un’architettura internazionale attraverso i trattati di libero commercio e costringono i paesi a rinunciare alla propria sovranità” – ha aggiunto Drago.

Spiegando il sistema per cui le eccedenze della produzione industriale e i profitti del sistema finanziario confluiscono verso l’agricoltura facendole perdere la propria autonomia e rendendola un settore sul quale investire per continuare ad accumulare capitali, Drago ha parlato di una vera e propria offensiva contro l’agricoltura campesina: “La frontiera agricola è globale, si perdono agricoltori e contadini, che si trasformano in mano d’opera o sfollati. Gli alimenti diventano merce per riprodurre il capitale”. Monsanto, Bayer, Syngenta, Cargill, Dreyfus, sono tra le principali multinazionali responsabili di questa tendenza, “questo investimento di capitali implica un flusso continuo di capitale verso il settore agricolo che diventa un settore appetibile nel quale investire”.

E questo ha un impatto negativo sugli esseri umani, sopratutto non aiuta a combattere la fame. Il leader di Amici della Terra ha citato i dati della FAO secondo i quali nel mondo si producono sufficienti alimenti per alimentare tutto il pianeta, tuttavia ci sono più di un miliardo di persone che soffrono la fame.

Altra questione affrontata è quella delle coltivazioni monocoltura dove il modello di produzione è impostato verso l’esportazione su larga scala. Diffusosi negli ultimi decenni in America Latina, questo modello ha riempito i campi del continente di monocolture e piantagioni transgeniche, provocando la devastazione delle terre coltivate da contadini e abitate da indigeni ma anche la perdita della biodiversità, riducendo la terra utilizzabile dalle famiglie. Un esempio fatto nell’incontro paraguayano è stato quello del Costa Rica, dove si sta vivendo una vera e propria catastrofe ambientale e rurale per la coltivazione dell’Ananas per il mercato internazionale, principalmente per quello europeo.

Gustavo Oreamuno dell’organizzazione costaricana Ditso ha parlato di coltivazioni di ananas che si estendono per 42 mila ettari nel 2009 nel suo paese, piazzandosi al quarto posto tra i prodotti esportati e la prima per estensione. Oreamuno ha spiegato che la produzione dell’ananas negli ultimi 20 anni è aumentata del 7600%, coltivazioni che hanno un alto costo per le comunità e altissimi profitti per le multinazionali esportatrici. “E’ nata la necessità di organizzarsi da parte delle comunità, per far fronte alle espropriazioni della terra dei contadini per le coltivazioni dell’ananas e per rivendicare la sovranità alimentare” – ha denunciato il rappresentante del Costa Rica.

Gli attivisti hanno sottolineato come gli effetti di questo modello sono sempre più visibili anche in campo ambientale, distruzione della biodiversità, la perdita di foreste tropicali, inquinamento e alterazioni del ciclo dell’acqua, la perdita di qualità del suolo. L’agricoltura industriale è responsabile del 25% delle emissioni di biossido di carbonio, e dell’80% di protossido di azoto nel pianeta. Per i movimenti sociali presenti al Social Forum delle Americhe l’agricoltura contadina è anche una proposta per il raffreddamento del pianeta. Insomma dal Paraguay arriva la necessità di un cambio radicale di modello che si potrebbe riassumere nelle parole di Silvia Ribeiro di Grupo Erosión Tecnología y Concentración ETC-Messico: “L’agricoltura è una cultura”.

Elvira Corona (Inviata di Unimondo)

Si apre ad Asunción (Paraguay) il Forum sociale delle Americhe

// agosto 14th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, movimenti&reti&territorio, news

Sono almeno 10.000 i partecipanti, tra esponenti di movimenti della società civile e difensori dei diritti umani provenienti da diversi paesi, al IV Forum sociale delle Americhe (Fsa) ospitato fino a Domenica ad Asunción per scambiare esperienze e proporre nuove strategie per “un altro mondo possibile”. Evento regionale collegato al Forum sociale mondiale (Fsm), che, nato in risposta al Forum economico mondiale, quest’anno ha compiuto 10 anni dal primo incontro a Porto Alegre (Brasile, 2001), il Forum di Asunción intende “realizzare un dibattito democratico di idee tra entità e movimenti della società civile che si oppongono al neoliberismo economico e al dominio del mondo da parte del capitale o di qualsiasi altra forma di imperialismo”. Per raggiungere questo obiettivo – riporta l’agenzia di notizie brasiliana ‘Adital’ – conferenze ed eventi sono in programma sul tema centrale “l’America Latina di fronte alla crisi globale: minacce e alternative”; Sabato è prevista la conferenza “Sovranità e integrazione: la Nostra America è in cammino”. Tra i partecipanti, gruppi femminili, ‘campesinos’, movimenti ambientalisti, operatori di giustizia e pace, rappresentanti di popoli indigeni. Il governo del presidente Fernando Lugo ha dichiarato il Forum “di interesse nazionale” attraverso in decreto in cui sottolinea il suo interesse “allo scambio democratico di idee ed esperienze e all’articolazione di progetti che contribuiscano alla costruzione di una società pluralista”.[MISNA]

Ancora su Pomigliano. Guido Viale si difende dalle critiche.

// giugno 24th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

FIAT.  L’abbaglio ideologico  …di Guido Viale

Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un’intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l’occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull’ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive. Per Stefano Cingolani: «in certe assemblee gauchiste c’era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l’assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell’imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l’economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l’ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E’ quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.

Scrive Ernest Ferrari: «D’accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce la Fiat «dall’interno»: «Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti». E aggiunge: «Magari tra non molto Marchionne chiederà altri sacrifici, perché il mercato non tira. Marchionne l’ha fatto capire più di una volta». Poi precisa: «ho paura che stia tornando la moda dei volumi (di vendite)piuttosto che dei talenti…anche alla Volkswagen hanno sposato la teoria dei volumi; ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi». «Insomma, c’è aria di bluff?» chiede l’intervistatore. E lui risponde: «Marchionne fa quel che può».

Anche Cingolani si chiede: «Chi può garantire che le auto non restino sui piazzali? E quanto costeranno i modelli sfornati dalle catene di montaggio?» Domande senza risposta. Cingolani le affronta con un suo personale «piano B»; questo sì, datato agli anni ’70: quando i cosiddetti paesi emergenti adottavano le tecnologie abbandonate dai paesi più industrializzati, e questi passavano a produzioni a più alto valore aggiunto (Era la teoria di Hirschmann delle “anatre volanti”, che si alzano in volo in ordine, una dietro l’altra). Ma oggi Cina, India e Brasile hanno, sì, costi del lavoro e ambientali più bassi; ma anche livelli tecnologici paragonabili ai nostri e capacità di ricerca e sviluppo superiori (anche perché da noi scuola e ricerca sono state gettate alle ortiche). Inoltre, senza impianti di assemblaggio a portata di mano, l’innovazione tecnologica e organizzativa non ha verifiche. Quindi, perché il distretto automobilistico torinese possa mantenere i suoi atout in campo motoristico e dello styling, una parte del montaggio dovrà comunque restare in Italia. Ma non è detto che tocchi a Pomigliano. Nell’assemblaggio, più che altrove, a contare sono i costi. Lo conferma Michele Magno: «La sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi». L’unico a non nutrire dubbi sul piano Marchionne è Francesco Forte. E sapete perché? Perché «il piano è stato valutato positivamente dalle banche e dalla borsa»: due istituzioni che hanno raggiunto la credibilità più bassa della loro storia.

Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all’anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un’industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l’aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l’unico vero problema è l’abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?
Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all’assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno.

Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele.
Nel 1968 la Fiat pensò di inquadrare con una disciplina di ferro 15mila nuovi assunti, messi al lavoro a Mirafiori tutti d’un colpo, senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo fuori della fabbrica: nel tessuto urbano di una città che tra l’altro era “sua”, ma dove per i nuovi assunti non c’era nemmeno un posto per dormire. Ne nacque una lotta che ha sconvolto gli stabilimenti del gruppo per i successivi dodici anni. Adesso si pretende di mettere in riga, con un accordo sui turni e i ritmi di lavoro e con i limiti posti al diritto di scioperare e ammalarsi, uno stabilimento industriale i cui problemi nascono soprattutto dal degrado del tessuto sociale circostante. Non dice niente, per esempio, il fatto che a presidiare il gazebo installato a sostegno dell’accordo ci fosse il sottosegretario Cosentino, incriminato per camorra, ma “immunizzato” dal Pdl?

Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la “rieducazione” degli operai di Pomigliano – per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l’establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro – è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell’attività lavorativa, l’invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.

Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l’esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze – magari provocando anche una rivolta tra la popolazione – cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l’esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà la Fiom. Se non sarà la Fiom sarà l’iniziativa di base; o il “disordine” del territorio; o i contenziosi in tribunale; o un ricorso alla Corte Costituzionale. O, più semplicemente, il prossimo aggiornamento sulla situazione dei mercati. Intanto, a segnare un punto, è stata la politica antioperaia di tutto il governo.

Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E’ indubbio – scrive Michele Magno – che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative…continua a pulsare qui».
Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall’oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E’ in gioco – continua Magno – il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D’accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?

Per verificare se è vero che l’azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un’alternativa del genere non c’è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l’adozione di un’alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.

Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano – e sperano – che si possa fare invece trasferendo la Panda a Pomigliano. Perché una conversione produttiva di quella portata e con quelle finalità è proprio l’opposto di quell’idea “larvatamente autoritaria” di chi dice «Farò io il vostro bene» pensando di poter «pianificare le svolte dello sviluppo», come sostiene Bruno Manghi sul Foglio e Riotta ripete sul suo giornale.

Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c’erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.

il manifesto, 23/6/2010

L’analisi del protocollo Fiat di Pomigliano.

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

Analisi del protocollo Fiat

Ritorno a «Tempi moderni» Corpo e anima dell’operaio in mano al padrone

Antonio Di Stasi*

 

Cogliere il senso dell’operazione che la Fiat vuole imporre ai lavoratori di Somigliano d’Arco con la richiesta ai sindacati di firmare un «inedito» contratto aziendale, significa rappresentarsi l’applicazione delle regole «sulla proprietà» alla «persona» del lavoratore, che diverrebbe un «oggetto» completamente subordinato a interessi e voleri dell’impresa; attraverso, innanzitutto, la negazione di una propria autonoma gestione del tempo fuori dal lavoro.

Il primo tratto della proposta di accordo sindacale consiste nella circostanza che i tempi di lavoro li si vorrebbero scanditi unilateralmente a prescindere dalle elementari esigenze di organizzazione di vita personale e familiare. La riduzione degli spazi di libertà, in particolare, avverrebbe attraverso la previsione della «turnazione articolata a 18 turni settimanali», il che significa che la conquista del sabato libero sarebbe di fatto persa e che diverrebbe precario anche il riposo domenicale pieno.
La storica conquista del lavoro su 5 giorni sembrerebbe compensata dall’affascinante possibilità di lavorare, a settimane alterne, su quattro giorni, così da poter disporre di week-end più lunghi.

Senonché, solo per tre volte ogni due mesi i giorni di riposo aggiuntivi alla domenica potrebbero essere goduti di venerdì e sabato o di lunedì e martedì. Ma quel che rende completamente precario l’impianto, e fa presagire ben altre prospettive, tanto da determinare l’espropriazione al lavoratore anche della gestione del tempo liberato dal lavoro, è la possibilità per l’azienda di imporre il lavoro straordinario per 80 ore annue pro capite che, aggiunte alle 40 previste dal Contratto nazionale, portano a un monte di 120 ore. Considerato che esse sono «da effettuarsi a turni interi», risulterebbe di molto ridotta la possibilità di usufruire di 3 week-end ogni due mesi, potendo la Fiat chiedere ogni anno altri 15 giorni di lavoro a turno intero «senza preventivo accordo sindacale». Se a ciò si aggiunge la previsione sui «recuperi di produttività» esigibili anche «nei giorni di riposo individuale, in deroga a quanto previsto dal Contratto nazionale», si capisce il senso vero dell’operazione aziendale. L’introduzione dell’articolazione su 18 turni non comporterebbe, infine, solamente un massiccio svolgimento di prestazioni notturne, ma anche la deroga alla legge n. 66 del 2003.

A queste condizioni, che renderebbero la vita liberata (sempre meno) dal lavoro non programmabile da parte del lavoratore e della sua famiglia, va aggiunta l’ulteriore previsione di una riduzione della pausa. Con l’applicazione del sistema «Ergo VAS» il lavoratore subirebbe una decurtazione netta del tempo di pausa in quanto, anziché usufruire di due riposi da venti minuti, usufruirebbe di tre riposi da dieci minuti; il che, unito al vincolo della «fruizione collettiva», impedirebbe di fatto al lavoratore di allontanarsi dalla postazione e avere così la pur minima possibilità di rifocillarsi in locali diversi da quelli ove è posta la linea o postazione di lavoro.

Oltre alla precarizzazione del tempo di vita – nei desiderata Fiat – si avrebbe la precarizzazione della dignità lavorativa, sotto il profilo sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori del mantenimento della professionalità acquisita, con ampliamento extra legem, della possibilità di modificarla in senso peggiorativo. L’operazione va sotto il nome di «rapporto diretti-indiretti» e prevede la riassegnazione della mansione a prescindere dalle professionalità maturate ex art. 4 comma 11 l. 223/91. Di più, non ritenendosi tale spazio discrezionale sufficiente, è anche prevista l’ulteriore incipiente possibilità di «successiva assegnazione ad altre postazioni di lavoro».
Vi è, infine, un’inquietante ultima parte, che svela come l’operazione predisposta dalla Fiat, non sia dettata da esigenze organizzative, ma miri a possedere oltre al «corpo» del lavoratore anche la sua «anima», aumentando la sua totale subordinazione ai voleri aziendali. Ci si riferisce, soprattutto, al pacchetto di sanzioni, disciplinari, economiche e normative contenute sotto la voce «clausole di responsabilità».

Il livello di attacco va in una triplice direzione: verso le organizzazioni sindacali, verso la Rsu e soprattutto verso i semplici lavoratori con l’esplicita finalità di blindare «l’esercizio dei poteri riconosciuti all’azienda dall’Accordo».

Si vorrebbe rendere il singolo lavoratore più debole esponendolo maggiormente dal punto di vista disciplinare e terrorizzandolo con l’ampliamento delle causali di licenziamento, oltre ad indebolirlo sul profilo della tutela sindacale (prevedendo tagli o azzeramenti ai diritti per l’esercizio dell’attività sindacale).
In particolare, contro i lavoratori si stabilirebbe la possibilità di introdurre ulteriori fattispecie sanzionabili disciplinarmente, prevedendo esplicitamente che la violazione delle regole introdotte con l’accordo, anche solo di una di esse, comporta il «licenziamento per mancanze».

Tale ultima parte, di cui risultano evidenti, anche a chi non è un esperto giurista i profili di nullità ed illegittimità, sotto un profilo più complessivo è di una gravità inaudita perché vuole legare, meglio sarebbe dire negare, ogni possibilità futura di intervenire su aspetti che incidono sulla vita e dignità dei lavoratori, sui tempi di lavoro come sulla professionalità, come su voci normative, economiche e retributive.

L’accordo spingerebbe, inoltre, in maniera fortissima verso la divisione dei lavoratori con negazione di qualsiasi spazio collettivo per modificare o migliorare le condizioni di lavoro e la individualizzazione spinta delle relazioni che renderebbe il lavoratore più debole e precario.

La gravità della richiesta fa il paio con la grossolanità delle ipotesi giuridiche prospettate in quanto semplifica questioni ineludibili, come quelle sull’efficacia del contratto aziendale verso tutti i lavoratori, anche dissenzienti rispetto a condizioni peggiorative; sul rapporto tra contratti collettivi di diverso livello, vieppiù se non sottoscritti da tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale di lavoro; sulla possibilità dell’autonomia collettiva di introdurre deroghe in peius a diritti previsti dalle legge; sulla negazione di forme di opposizione o di lotta, sottintendendo pure la riduzione del diritto di sciopero, anche se indetto per modificare le condizioni contenute nell’accordo stesso.   

*Università di Ancona, www.dirittisocialiecittadinanza.org

il manifesto, 20/6/2010

Ancora su Pomigliano. Un codice antioperaio, di Fausto Bertinotti

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

Forse c’è un dna anche nelle aziende, una sorta di codice genetico che le spinge ad essere quello che sono state. Se fosse così, quello della Fiat sarebbe il dna più organicamente repressivo e autoritario, un codice decisamente antioperaio. Un codice così strutturato che solo una straordinaria mobilitazione dei lavoratori, come è stato negli anni Settanta, e una straordinaria produzione culturale e politica delle loro organizzazioni possono piegare. Pomigliano è l’orribile assolutizzazione del suo codice autoritario di governo della produzione. Negli anni Cinquanta, la Fiat lo perseguì con un sistema di spionaggio sugli operai attraverso le loro schedature (a proposito di privacy), con il reparto-confino e i licenziamenti politici degli iscritti alla Fiom (una vera ossessione per la Fiat il dover avere a che fare con un sindacato dei lavoratori autonomo dall’azienda).
Nel passaggio cruciale dell’80 la Fiat affrontò la ristrutturazione internazionale dell’auto con uno scontro frontale con i sindacati, per mutare la composizione sociale del lavoro, per abbattere il potere di contrattazione in azienda e guadagnare mano libera nel governo dell’impresa. Nei passaggi cruciali la Fiat sceglie una filosofia regressiva dello stesso taylorismo: la fabbrica come universo concentrazionario, un luogo senza democrazia, senza libertà, senza dignità. Il mezzo è coerente con il fine. Questa volta per Pomigliano è ricorsa a un ricatto violento: o mangi questa minestra, quella che io ti preparo, o ti butto dalla finestra. L’onda d’urto è potente; tutto l’ordinamento democratico delle relazioni sociali viene travolto.

Non si salva niente, né la contrattazione aziendale, né il contratto nazionale, né il diritto di sciopero, né la Costituzione. Alcuni giuslavoristi hanno giustamente messo in rilievo lo strappo, a questo proposito, rispetto al diritto di sciopero. Ma c’è una cosa che, più profondamente, colpisce l’intera costruzione costituzionale. Nella Costituzione il lavoro è il fondamento della Repubblica e di una precisa concezione della democrazia, quella per cui deve tendere all’eguaglianza per essere tale. A Pomigliano, al contrario, per avere il lavoro devi rinunciare alla democrazia. Si capisce così il rapporto stringente tra l’attacco della Fiat, per il radicale cambiamento dei rapporti sociali in fabbrica, e la scelta del governo di mettere in discussione la Costituzione assolutizzando la libertà d’impresa per colpire l’intero rapporto sociale.

Pomigliano non è un caso, è un indicatore di tendenza: un segnalatore dell’incendio che sta bruciando i diritti sociali. Perciò è scandaloso che chi denuncia, giustamente, il bavaglio sui diritti di informazione non si affianchi alla Fiom nel denunciare lo strame di diritto quando questo tocca la vita dei lavoratori. Se poi è il sindacato a farlo, allora è puro suicidio. Né può convincere l’atteggiamento di chi, pur onestamente e lucidamente, vede e denuncia l’aggravamento drammatico imposto alla condizione di lavoro e l’abbattimento dei diritti dei lavoratori per poi sostenere però l’impossibilità di sottrarsi al ricatto.

Tener fuori il sindacato dalla corresponsabilità di questa svolta regressiva della civiltà del lavoro, qualsivoglia cosa oggi possano fare i lavoratori ricattati, è essenziale per il loro domani.
Su queste colonne, sono stati individuati, con molta precisione, gli elementi intollerabili di questo diktat che solo un’ipocrisia può definire accordo. C’è però una questione generale su cui bisognerebbe riuscire a investire l’opinione democratica. Quel che la Fiat vuol realizzare è un preciso modello di produzione e di lavoro, un modello che potremmo definire iper-taylorista. In esso non c’è posto per il sindacato perché non c’è posto per la soggettività operaia. Il lavoratore è concepito come un’entità sospesa tra lo scimmione ammaestrato e il robot. I tempi, i modi di lavorazione, l’organizzazione del lavoro sono stabiliti fuori dal controllo del lavoratore, fuori dal suo sapere, dalla sua conoscenza, dalla sua esperienza. Che queste potessero contare è ciò che è stato alla base del famoso «la salute non si vende».

Domani, a Pomigliano, la salute dei lavoratori non si compera neppure più. Se la Fiat deve competere, nelle forme che lei decide, che ci sia o no la salute dei lavoratori conta poco, anzi nulla. E, in effetti, non ci sarà, perché quel lavoro sarà causa diretta di malattia. La Fiat non impara neppure dal dibattito che in Europa si è aperto sui troppi suicidi nei luoghi di lavoro. Le fa scudo la sua pessima tradizione, quella che, con Valletta, divideva i lavoratori in «costruttori e distruttori», per poter licenziare, senza particolari complessi di colpa, questi ultimi. Usando lo stato di necessità, la paura, il ricatto la Fiat pensa di governare mettendo lavoratori contro lavoratori. Ieri fu drammaticamente così nella marcia dei 40mila oggi, farsescamente, trent’anni dopo, ci riprova a Pomigliano. Sempre organizzando le marce con i suoi quadri (quanto odio semina questa Fiat!).

Ma di cosa ha paura la Fiat? Essa ha con sé il governo, un gigantesco apparato di comunicazione pubblica e privata, le organizzazioni padronali e parti significative dei sindacati. Ha contro solo la Fiom, neanche la Cgil. Di che cosa ha paura? Eppure, ha ragione di avere paura.

A proposito di Pomigliano…: c’è una alternativa a Marchionne!

// giugno 17th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio, uscire dalla politica

Ciò che sta accadendo a Pomigliano d’Arco è drammatico. 

Nei fatti la Fiat anticipa e accelera i processi che la politica ha da anni messo in gioco: l’impresa come riferimento centrale e depositaria delle regole della democrazia, dell’organizzazione della società, della misura del tempo individuale.          

La Fiat promette la salvezza di Pomigliano e investimenti in Italia, anche se non può farlo: la crisi dell’auto è mondiale e generalizzata; solo una produzione a basso costo (riduzione dei costi del lavoro e  aumento della produttività) può permettere a questa industria di sopravvivere in questa fase di crisi, la soluzione Pomigliano è quella adatta per una azione di breve periodo: pochi anni per una produzione a costi bassissimi e ad alta produttività poi… si chiuderà, come accadrà ad altri stabilimenti in tutto il mondo e per tutte le case automobilistiche!

Ciò avviene in Italia nella fase più critica: crisi finanziaria e economica, aumento della  disoccupazione e quindi ricattabilità dei lavoratori.   Per salvare il posto di lavoro i lavoratori sono indotti a sacrificare i diritti acquisiti, minando la qualità del lavoro, ma anche le libertà individuali,  mettendo in pericolo la qualità della vita personale di ognuno: si mettono in discussione i tempi di lavoro, fuori dai contratti nazionali; il diritto di sciopero e il diritto di avere pagati i primi giorni di malattia.

Così riformismo e neliberismo si sposano nell’impresa e per l’impresa, che diventa il luogo della sintesi.     Liberalizzazioni e privatizzazioni sono gli strumenti con i quali la cultura d’impresa   sta determinando le regole della società, …ricondurre l’impresa a luogo del controllo  della vita dei lavoratori significa completare quel processo.    Si completa così il disegno neoliberista che vede coinvolti schieramenti trasversali, quelli che vedono il capitalismo come il miglior mondo possibile.

In questa difficile fase qualsiasi appello sembra superfluo, ma l’azione di controinformazione e di diffusione del pensiero critico è fondamentale per dare forza alle lotte dei lavoratori che potranno ostacolare, sabotare, fermare questo disegno, che mina non solo i diritti ma la qualità della vita delle persone.

 

Guido Viale in questo articolo ci da qualche strumento per capire e apre delle prospettive praticabili.

Ma l’alternativa a Marchionne c’è

Guido Viale

Non c’è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell’ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell’industria dai piedi d’argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell’impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall’art. 41 della Costituzione italiana.

A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall’autorità sulla concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato l’amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale, ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!) del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.

Una organizzazione del lavoro che sostituisce l’esattezza cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina», perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma non c’è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive. L’alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell’Alfasud – il «piano B» di Marchionne – e di altri diecimila lavoratori dell’indotto, in un territorio in cui l’unica vera alternativa al lavoro che non c’è è l’affiliazione alla camorra.

Per anni, a ripeterci «non c’è alternativa» sono stati banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti paragovernativi, professori universitari e soprattutto bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero unico: votate pure, tanto non c’è niente da scegliere.

Effettivamente, al piano Marchionne non c’è alternativa. Nessuno ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la crisi dell’auto l’aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era chiaro da anni che prima o poi – più prima che poi – la campana sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per Pomigliano.

Ma a che cosa non c’è alternativa? Al «piano A» di Marchionne. Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler producano – e vendano – sei milioni di auto all’anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.
Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all’«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all’anno. Come dire: «il piano A» non si farà mai.

Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l’entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l’ultimo punto, che era la vera posta in palio, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all’anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un’autentica follia.

Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà. L’alternativa in realtà c’è, ed è il «piano B». Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l’impianto – cosa tutt’altro che scontata – a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come si era previsto
Hai voglia! Il mercato europeo dell’auto è in irreversibile contrazione; l’auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano», per ora, solo i paesi emergenti – fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch’essi – ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si producono qui: né in Italia né in Polonia.

Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è ora di dimostrare che non è vero che non c’è alternativa. L’alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo – e dei nostri consumi – a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l’automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all’edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro – e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate – mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l’inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall’efficienza nell’uso dell’energia. L’industria meccanica – come quella degli armamenti – può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare – densificando l’abitato – dalle fondamenta.

Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l’Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l’aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un’industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!

Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né – eventualmente – uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all’età della pietra. La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell’attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.

Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l’attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.

Certo, all’inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l’organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?

il manifesto, 16/6/2010

Gino Strada: i parlamentari che hanno votato il rifinanziamento della missione sono dei «delinquenti politici».

// febbraio 26th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, terra !

Intervista di Michelangelo Cocco

3.300 soldati (destinati ad aumentare di altre mille unità), 750 mezzi terrestri (tra carri armati, blindati, camion e ruspe) e 30 velivoli (4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco, 4 da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni): questo è il contributo italiano all’occupazione militare dell’Afghanistan. Ieri, come noto, l’ultimo caduto, l’agente dell’Aise Piero Antonio Colazzo. Che quella in Afghanistan sia una missione palesemente incostituzionale lo dice perfino l’ex generale Mini. Ma i parlamentari italiani hanno votato compatti, anche se al Senato (a differenza che alla Camera) si è registrata l’astensione (evidentemente il massimo concesso!) dell’Idv e di due radicali eletti nelle liste del Pd.

Strada guarda alla guerra in Afghanistan con gli occhi dei civili che ne stanno subendo le conseguenze. Per il fondatore di «Emergency» – la ong italiana in prima linea con il suo ospedale di Lashkar-gah, a pochi chilometri da Marjah dove infuriano i combattimenti tra truppe Usa e taleban – il rifinanziamento «automatico», senza dibattito, della missione che il Parlamento assicura alla Nato è come un crimine di guerra.

Il governo olandese è caduto sull’Afghanistan, francesi e tedeschi non vogliono essere coinvolti ulteriormente nella guerra. Berlusconi invece risponde signorsì.          I governi italiani, questo come il precedente di centro-sinistra, hanno come denominatore comune il servilismo nei confronti degli Stati Uniti. Ma questo non deve farci dimenticare che partecipare all’occupazione militare dell’Afghanistan rappresenta un crimine (in quanto si contribuisce alle stragi di civili) e una violazione della nostra Costituzione. Non a caso ho definito «delinquenti politici» tutti i parlamentari che votano a favore del rifinanziamento della missione militare. Se soltanto volessero vedere le vittime dell’offensiva di questi giorni, potrebbero andare sul sito di Peacereporter (it.peacereporter.net): lì troverebbero i volti e le storie dei civili colpiti.

Otto anni dopo l’invasione anglo-americana, con l’operazione «Moshtarak» va in scena l’ennesima offensiva anti-taleban. Perché è così difficile batterli?      Ad occupare il paese ci ha provato l’Armata rossa e ancora prima gli inglesi (tre guerre, tutte e tre perse). Agli afghani non piace essere occupati dagli stranieri. Perciò fino a quando ci sarà occupazione militare, ci sarà guerra.

E il corridoio umanitario che Emergency ha chiesto per favorire la salvezza dei civili di Marjah e Nad Ali?            È paradossale che, guidate dal Nobel per la pace Barack Obama, le forze armate statunitensi che stanno conducendo questa offensiva si rivelino criminali di guerra. Infatti – con una palese violazione delle convenzioni internazionali – non permettono ai civili di lasciare le aree sotto bombardamento e impediscono ai feriti, in maggioranza donne e bambini, di essere curati. Questi comandanti militari dovrebbero essere portati davanti alla Corte penale internazionale.

Il comandante Usa McChrystal aveva promesso di ridurre al minimo le vittime civili. I massacri non sono controproducenti per gli Usa?           I militari hanno sempre detto questo, in tutte le guerre. Dopo la bomba su Hiroshima si disse: come il mondo ha potuto vedere, è stata colpita un’installazione militare.

Perché il centro-sinistra non si oppone a una guerra di questo tipo, nonostante le notizie delle stragi?            Il servilismo nei confronti di Washington, come dicevamo, è trasversale agli schieramenti. Da questo punto di vista non parlerei nemmeno di centro-sinistra e centro-destra ma piuttosto di una casta politica di impuniti e di impunibili per la quale delinquere contro la legge fondamentale (la Costituzione, ndr) del proprio stato è cosa di tutti i giorni.

E il fronte pacifista?                  La guerra afghana è percepita come lontana e il fronte pacifista, di fatto, non esiste più da qualche anno ormai, da quando quelle forze politiche (il centro-sinistra, ndr) che avevano fatto finta di essere solidali col movimento per la pace, appena arrivate al governo, hanno aumentato il numero di militari in Afghanistan. Proprio come il premio Nobel per la pace Obama ha mandato altri 30.000 militari. Un gioco nel quale sono cadute anche sigle del «pacifismo» che ritengono che la guerra sia brutta quando la fanno gli avversari politici, ma accettabile quando a condurla sono gli amici.

 Chi sono i taleban, emblema del terrorismo e della negazione dei diritti umani?           Sono una delle componenti della società afghana, certo più rappresentativa dei presidenti imposti (Karzai, ndr). All’interno del movimento ci sono estremisti con tendenze «psicopatiche» soprattutto per quanto riguarda la questione femminile, e persone ragionevoli. Anche la questione femminile è utilizzata per vendere la guerra all’opinione pubblica. A qualcuno è mai venuto in mente di bombardare l’Arabia Saudita, dove una donna non può scoprirsi il naso per soffiarselo se ha il raffreddore? Sarebbe davvero divertente chiedere ai nostri parlamentari di dire tutto ciò che sanno sui taleban. Risponderebbero due/tre stereotipi, perché non sanno nulla del paese che stanno contribuendo a bombardare.

il manifesto, 28/2/2010

La comunità Tamil incontra il Laboratorio sociale “la città di sotto”

// febbraio 11th, 2010 // No Comments » // Laboratorio sociale, archivio, culture, globalizzazione, migranti, terra !

Care tutte e cari tutti,
                                             la comunità Tamil del biellese (che ha sede a Trivero) si è rivolta al Laboratorio sociale “La città di sotto”, per chiederci di essere garanti di una iniziativa nazionale…
Dopo ciò che è accaduto in Sri Lanka intendono darsi una struttura organizzata in tutti i paesi della diaspora, anche qui in Italia, eleggendo comitati locali, regionali e nazionali.  Vere e proprie elezioni che coinvolgerebbero tutta la comunità.  Trivero diventerebbe la “sede elettorale” per tutto il Piemonte settentrionale (BI, VC, NO, VBC).
Inoltre vorrebbero, contemporaneamente, indire un referendum sull’autodeterminazione del popolo Tamil, per dare un segno che li faccia uscire dalla trappola del governo dello Sri Lanka che li ha bollati come terroristi negando loro qualsiasi diritto!
 
Loro hanno bisogno di una “associazione di garanzia”, che garantisca la correttezza delle elezioni e del referendum senza interferire nelle scelte e nel risultato.
E’ un impegno serio e gravoso e abbiamo bisogno d’aiuto.
 
Le tappe sono le seguenti:
- incontro della comunità con la popolazione per spiegare chi sono e cosa vogliono (mostra, musica e festa), sabato 27 febbraio presso la Casa dei popoli (Caritas), interamente gestito da loro;
- elezioni e referendum domenica 14 marzo, con la nostra presenza di garanzia.
Chiunque fosse disponibile a darci una mano me lo faccia sapere… 
 
Potete rivolgervi a Marco: olivierosso@alice.it   ;  a Tusci: 2rtusci@gmail.it oppure al bar “Due galli”, in via Vescovado 11, Biella.
Grazie per tutto quello che potrete fare.
 
ciaociao
marco

L’ideologia di Israele.

// gennaio 31st, 2010 // No Comments » // culture, globalizzazione, terra !

In questi giorni in cui tutti abbiamo voluto ricordare la terribile esperienza dell’olocausto. Vorremmo proporre una riflessione suggeritaci da Rossana Rossanda dalle pagine de il manifesto qualche giorno fa.                                                                         In questi giorni le Istituzioni si sono dedicate a mirabolici giochi verbali, più interessate a dimostrare l’adesione alla condanna di quelle tragiche scelte, che a ricercare le ragioni profonde di quella pagina di storia e capire, forse, che quella strage non fu “follia” di un uomo o di una nazione, ma la conseguenza di un processo storico, non ancora concluso, che ha le sue origini nella cultura di una societa capitalistica e eurocentrica, il cui percorso democratico nasceva già con qualche insanabile contraddizione.                     Oggi che si vogliono mettere in campo le coordinate giuste entro le quali è consentito esprimersi, noi vorremmo superarle per denunciare di stupidità di chi mescola con disinvoltura antisemitismo con antisionismo, il diritto all’autederminazione con il diritto alla sicurezza di chi già esiste, il diritto alla propria esistenza con la negazione dell’esistenza degli altri.  Oggi che si fa a gara per essere amici di Israele noi vorremmo raccontare ciò che accade in Israele, dove pare, ufficialmente, che ci siano più “nemici di Israele” che non in questo nostro paese che, dopo avere imbarcato fascisti e post fascisti nel governo, sembra voglia dare lezioni di storia al mondo!

Vorremmo provare ad affermare che essere contro la politica di Israele non vuol dire essere contro la cultura ebraica. Vorremmo avere il diritto di dissentire e combattere una politica sbagliata perché discriminatoria e razzista… Ci sarà consentito ?

 L’ideologia israeliana

di Rossana Rossanda

Un libro dello storico Shlomo Sand documenta come il sionismo abbia «inventato» un popolo attraverso l’uso della Bibbia e il mito dell’«esilio» decretato dai romani. Evento che non trova conferme storiche, mentre l’autore mette al vaglio della critica l’idea di un’identità che agli inizi ha insistito sulla purezza del sangue.

Anche da Israele viene la critica ai miti che accompagnano dovunque l’idea di nazione e in più con il crisma di una religione rivelata. Ma non ha sfiorato i governi di Sharon, di Barak e Tzipi Livni, né sfiora oggi quello di Netaniahu e di Lieberman. È come se vi coesistessero, ignorandosi, una storia in genere, libera nelle edizioni e per gli studiosi, e una «storia degli ebrei» inquadrata, ufficiale, base dell’istruzione obbligatoria.

Qualche mese fa è uscito in Francia il volume dello storico israeliano Shlomo Sand: Comment le peuple juif fut inventé (letteralmente «Come è stato inventato il popolo ebreo», Fayard, Parigi, pp. 446, euro 23, già segnalato da Maria Teresa Carbone nella edizione inglese, Verso). Shlomo Sand insegna all’Università di Tel Aviv e fa parte della giovane scuola di storici degli anni Novanta, che sulle tracce di Baruch Zimmerling (Berkeley, 1993) e Boaz Evron (Bloomington, 1995) – a loro volta seguendo i lavori di Etienne Balibar, Immanuel Wallerstein ed Eric Hobsbawm – discutono alla radice i concetti di popolo, nazione e razza prosperati in Europa nella seconda metà del XIX secolo. E rifioriti adesso con la caduta dell’«universalismo» dei lumi e del movimento operaio socialista e comunista. Ma quel che i nostri nonni si sono raccontati, e cioè che in ogni terra sarebbe insediato ab origine un popolo o razza o etnia rimasto immutato nei secoli che quindi su di essa vanterebbe un diritto naturale, è un «romanzo» ottocentesco. Destinato a rafforzare gli stati, la loro chiusura e le loro eventuali velleità espansionistiche. Così anche per Israele.

Accusati di deicidio                                                                                                              La tesi di Sand è drastica: l’ebraismo non è un «popolo» o una stirpe o, neanche a dirlo, una razza, ma la prima grande religione monoteista diffusa sulle rive del Mediterraneo. Non è una popolazione insediata immemorialmente in Palestina, deportata di là dai romani nel 70 d.C., e da qualche decennio tornata dopo quasi duemila anni di esilio; è il primo monoteismo che si è esteso dal crogiolo mediorientale fra i due fiumi sulle sponde del Mediterraneo fino all’Africa settentrionale e, durante il regno degli asmonei, nel II secolo prima di Cristo, su parte dell’odierna Russia, contendendo il primato alle religioni persiane, ai politeismi egizio, greco e romano, poi al cristianesimo e, dopo il VII secolo, all’islam – due filiazioni del suo stesso Libro. Quanto agli abitanti di Israele e della Giudea, che secondo il Vecchio Testamento sarebbero stati unificati da Salomone e in seguito conquistati dai babilonesi e poi da Roma, è dubbio che siano stati riunificati dal sapiente, non sussistendo nessuna traccia né di lui né delle sue grandiose città, ma è certo che non sono stati deportati dai romani; ne sono stati assoggettati, passando dall’impero romano d’occidente a quello bizantino d’Oriente per essere infine occupati dai «cavalieri del deserto» arabi, con qualche sollievo per la loro maggiore tolleranza rispetto a Bisanzio (si contentavano di imporre ai non musulmani una tassa).
Certo non sono stati costretti a vagare di paese in paese. I fedeli di questa religione superiore, genti assai miste, si sono diffusi come altri nell’Europa e nel mondo, ma obbligati a difendersi dalla maledizione loro gettata dai cristiani che gli avevano attribuito, contro ogni evidenza, la colpa di deicidio. Menzogna mai esplicitamente riconosciuta dalla chiesa come propria: Giovanni Paolo II l’ha attribuita ad «alcuni cristiani», come se non sapesse che l’accusa era sorretta da qualche Vangelo, anche fra i non apocrifi, e più di un concilio. Il Laterano IV ne ribadiva la discriminazione come necessaria, come l’obbligo di portare una ruota vermiglia sull’abito per essere riconoscibili, l’esclusione da ogni pubblico ufficio e possibilmente l’espulsione. Non è l’ultimo dei paradossi che l’ebraismo abbia assunto dal suo principale avversario un tema fondativo come quello dell’esilio.

A suo sostegno Sand porta le fonti scritte e i reperti archeologici provenienti dagli scavi della seconda metà del Novecento, sia in Medio oriente, sia nell’Africa settentrionale, sia in parte della Russia meridionale, un’analisi dettagliata della nascita e degli sviluppi del sionismo dal 1870 ad oggi. E, in quanto costituzionalmente fondata su di esso, conclude con un dubbio sulla qualità della democrazia israeliana.
Un passato di discriminazioni                                                                                          Va da sé infatti che quanto sopra costituirebbe una controversia storica, niente di meno e niente di più, se sulla teoria di un popolo ebraico secolarmente esiliato non si fondasse l’affermazione che la Palestina sarebbe la terra propria ed esclusiva degli ebrei, l’invito a tutti gli ebrei del mondo a raggiungerla e la cacciata da essa dei palestinesi. Ma il libro di Sand non ha dato luogo in Francia, per quanto mi risulta, a una contestazione da parte della comunità ebraica. Probabilmente per la sua massiccia documentazione e bibliografia, e perché la cultura che egli attacca ha ormai la consistenza di una tradizione recente ma spessa, popolare e populista, che con le radici nei secoli ha poco o nulla a che fare. È come se fosse nata da centotrent’anni, e fosse dotata da allora di una irriducibilità che l’ebraismo non aveva mai avuto.
All’impianto di Sand si può opporre, credo, un’unica obiezione, e cioè se una «identità» assai simile a «popolo» non sia da riconoscere proprio e soltanto a chi si definisce ebreo. Non gli è stata forse costruita addosso, negandogli una cittadinanza e opponendogli ossessivamente forme di esclusione? Quando migliaia, e nel Novecento milioni, di uomini e donne vengono discriminati, deportati o massacrati per essere «ebrei» ed è contemplato il loro sterminio totale, l’«essere ebrei» diventa più pesante di una discendenza millenaria e univoca di sangue, ammesso che questa si dia da qualche parte.

Questo vissuto può non giustificare niente ma spiegare tutto. Una riflessione sulle concezioni di popolo etnia e razza andrebbe fatta non sugli ebrei, «differenza» come un’altra, ma sulla pulsione che spinge a catalogare l’altro come diverso, a metterlo fuori dalla «polis» quando non addirittura dalla norma della natura, a temerlo e odiarlo. È una pulsione assassina e risorgente, non appartiene alla ragione ma all’oscuro e all’inarticolato.

Ma torniamo al libro di Sand. Egli punta il dito sull’assunzione della Bibbia da parte di Israele non già come testo fondatore ma come testimonianza di fatti realmente avvenuti in precisi luoghi e precisi tempi. E non importa che sulla datazione dei Libri e le molte mani che vi hanno concorso la discussione sia aperta fra gli stessi biblisti, o che il racconto della Genesi sia favoloso rispetto ai risultati della scienza – il big bang, i suoi tempi e la loro sequela – o quello dell’Esodo rispetto a quelli più modesti della storia. Succede con il tempo e i modi dell’Esodo degli ebrei dall’Egitto, sullo spettacoloso aprirsi del Mar Rosso per aprire loro un varco, sulla sopravvivenza per ben quaranta anni di una ingente massa di persone nel deserto, sullo spietato sterminio di un’intera città, donne vecchi e bambini inclusi, ad opera di Giosuè ma per volere di dio, di cui fortunatamente non esiste traccia. Ora un conto è l’acquisizione critica di un testo sacro, un altro è telegrafare come Ben Gurion ai soldati nel 1956 dopo la conquista del Sinai: «E ora possiamo intonare l’antico cantico di Mosè e dei figli di Israele… in un immenso slancio comune di tutti gli eserciti di Israele. Avete riannodato con il re Salomone che fece di Eilat il suo primo porto tremila anni fa… e Yotvat, che fu millequattrocento anni fa il primo nostro regno indipendente diventerà parte del terzo regno di Israele» (nel quotidiano «Davar» del 7/11/1956).

Gli eventi anche più antichi lasciano una qualche traccia, ed è normale metodo storico riscontrarne presenza o mancanza. E molte tracce si trovano a testimonianza di una religione ebraica presente su gran parte della riva del Mediterraneo, come fra i berberi nella vicenda della grande regina Kahina, o del lungo regno russo dei Kazari. Con l’avvicinarsi delle fonti storiche, dal vasto lavoro dell’ebreo romanizzato Flavio Giuseppe a quello indiretto del greco Dione Cassio, cade infine il mito della deportazione e si aprono, fra le altre, le pagine della discussa pratica della conversione e della discendenza matrilineare, probabilmente assente fino a Esdra; la Moabita Ruth essendo l’ava diretta nientemeno che di Davide.

 I pogrom dell’Ottocento                                                                                                      Tuttavia assai più ricco di interesse è lo snodarsi del sionismo, a partire dall’amico di Marx, Moses Hess, Theodor Herzl e Max Nordau, tutti e tre tedeschi, inseriti nel movimento di identità nazionale allora in energica crescita in Germania e aspiranti ad esservi assimilati. È l’inizio; saranno più rigidi i loro successori provenienti dal vasto terreno yiddish fra Germana e Russia, e provati dai feroci pogrom di fine secolo l’antisemitismo all’est essendo stato più acuto che nell’Europa occidentale. Alla ricerca dell’origine degli ebrei non segue così immediatamente la domanda di una terra; essa è segnata piuttosto dal coacervo di tesi scientifiche o presunte tali, che mescolano e scontrano darwinismo e teorie della razza, spinta all’assimilazione e principio di sangue. Il sionismo ne porta i segni, e con l’ossessione di una origine «pura», l’ebraismo cessa di essere una ricca e varia cultura religiosa e diventa un «popolo» circoscritto; come il Volk tedesco o il narod polacco e russo. Ma diversamente da essi non ha un legame territoriale con le zone in cui risiede. È quindi una acuta mutilazione e mancanza, rovesciata nell’ammonizione divina per cui Israele «Non farà parte delle nazioni umane» (Numeri, 23,9).
Questa chiusura in sé rende la cultura ebraica di quel tempo tutt’altro che ostile al concetto di «razza»: non la scandalizza la tesi di Houston S. Chamberlain ma la sua definizione degli ebrei come razza bianca, sì, ma imbastardita. Così sono innamorati della razza un po’ tutti, Moses Hess, Theodor Herzl e Max Nordau (quest’ultimo ha cambiato perfino il nome da Sudfeld a Nordau). Costui diventerà un potente difensore della purezza della razza ebrea contro le degenerazioni della cultura, dell’arte, dell’omosessualità, delle malattie mentali… bisogna che gli ebrei prendano più sole, espandano i muscoli e facciano ginnastica. Martin Buber, personalità poi ragionante e moderata, scrive pagine deliranti di romanticismo sul sangue, la cui purezza è purezza dell’anima, ed è «lo strato più profondo della nostra comunità». Tutt’altro genere è Vladimir Jabotinski, furiosamente di destra e opposto a ogni composizione fra ebrei e non ebrei, ma sul sangue la pensano allo stesso modo: «un sangue ebreo puro non potrà mai adattarsi allo spirito tedesco o francese come il negro non potrà cessare di essere negro».

Il rapporto con i fellahs                                                                                                        I fondatori dello stato ebraico, Ben Gurion e Ben Zvi sono convinti fino alla rivolta araba del 1929 che i fellahs palestinesi sono della stessa loro razza, poi lo escludono. Insomma destra e sinistra nazionaliste procedono da parametri simili diversamente applicati, fin con gli ebrei stessi – come la tesi vagamente darwiniana che gli askhenazi sarebbero razzialmente superiori ai sefarditi per le maggiori difficoltà di selezione sopportate. Queste idee circolano anche ora.
Dal calderone tardo ottocentesco si stagliano poi le figure di Markus Isaac Jost e di Heinrich Graetz, e Heinrich von Treitsche; il pericolo di una reazione antisemita è avvertito da Thoeodor Mommsen. Ed è uno scontro da far impallidire la recente Historikerstreit. Ma Graetz e Doubnov andrebbero ripubblicati per la massa concettuale che affrontano e rappresentano, e insieme il suo superamento – anche ma non solo, per la terribile crudeltà della Shoah. Quel che oggi costituisce l’ideologia israeliana non ne è che lo scheletro secco.

Che resta come l’eccezione e forse la contrapposizione massima alla natura che si vuole democratica dello stato di Israele. Su questo ossimoro si conclude il libro di Sand, dedicato a una speranza di pace. Peccato che non abbia trovato un editore in Italia.

il manifesto, 15/1/10