Archive for generi

Una discussione di genere sul lavoro…

// giugno 15th, 2010 // No Comments » // generi, lavori&precarietà

L’altra metà del lavoro. Domande in attesa di risposte.

Rossana Rossanda

Il «Manifesto per il lavoro» della Libreria delle donne di Milano considera la flessibilità un’occasione per conciliare maternità e lavoro. Ma rimuove i bassi salari delle migranti nel lavoro domestico, la cancellazione dello stato sociale e la differenza salariale tra uomini e donne

Immagina che il lavoro («Sottosopra», ottobre 2009; ne ha già scritto sul manifesto Laura Pennacchi) è la proposta d’un gruppo della Libreria delle Donne di Milano, sulla quale è impegnata Lia Cigarini. Conosco Lia da una vita, vivevamo vicine, fra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, lei più giovane, in una Milano dove le donne entravano in massa nel lavoro. In verità, entrare nel lavoro voleva dire diventare salariate, perché lavorare, avevano lavorato sempre. Nella cascina, che non era né casa né fabbrica, o nel podere in Veneto, a pieno tempo su terra altrui, mezzadre in Toscana e in Emilia, o braccianti stagionali, o nell’acqua delle risiere fino alle ginocchia come le favoleggiate mondine. Sempre, oltre che in casa, in qualche lembo delle produzione agricola o dei servizi. Quando entrarono in fabbrica diventarono operaie, si incontravano nei tram molto mattutini o serali, assonnate, vestite di furia, la permanente ferrea, o appoggiate al sole fuori dell’Alfa nell’intervallo della mensa. Uscivano di casa prestissimo, rifatti i letti e avviata la minestra, correvano al lavoro, risalivano le scale la sera dopo frettolosi acquisti a preparare la cena. Dopo cena lavavano e stiravano, la domenica mattina lustravano. In busta paga avevano di regola meno degli uomini, oltre che inquadrate ai livelli inferiori.

Maternità? Ogni tanto una era contenta. Ogni tanto un’altra correva di nascosto a un certo indirizzo e ne usciva verde in faccia e col ventre sanguinante. Altre sprofondavano in maternità faticose, tirando la vita con i denti e facendo qualche servizio. Tutte leggevano avidamente le dolci idiozie dei romanzi a fumetti.
Donne al lavoro

La composizione della forza di lavoro cambiò in quegli anni. In fabbrica e negli uffici le donne erano molte di più – anche se meno che in Francia e in Germania. Un terzo della manodopera teneva otto ore un piede in azienda, almeno due in tram, altre sei in famiglia fra spesa, pulizie, cibo e figli, scordando ogni riposo, per non dire la politica e il sindacato. Meno di venti anni dopo le stesse sarebbero scese per strada a manifestare per il divorzio e l’aborto, oblique libertà. Ma non esitarono. Un diritto avrebbe da esser bello e l’aborto non lo era. Era un desiderio? Malinconico ma desiderio? Malinconica ma libertà? Era delitto per un medico su due, per un uomo e mezzo su due, nessun delitto ma tuo rischio per la mammana, zona di rabbiosi silenzi per le famiglie.

Donne era difficile. Sono certa soltanto di questo.

Sono passati quaranta o cinquanta anni e sempre più donne sono al lavoro, in azienda, nel pubblico e in certe professioni, insegnanti, medici, avvocate. Operaie, impiegate, consulenti, imprenditrici. Sono ancora in numero minore (almeno in chiaro) che in Francia e in Germania. Ancora un poco più istruite dei maschi, ma pagate il venti per cento di meno per le stesse mansioni. Ancora ritardate nella carriera in caso di maternità. Quelle che possono si fanno aiutare in casa con i bambini da altre donne; specie migranti che possono pagare poco e stentano a mettere in regola, per cui la concorrenza ai minimi è sfrenata.

Il migrante è nell’edilizia, la migrante è nel lavoro domestico. Tutti e due, i migranti, ricattati nell’eterno precariato dei servizi e delle false cooperative di pulizie. Ma se questi sono a livello zero, a tutti i livelli – dal call center all’università, dal tour operator alla consulenza economica – tende diventare precario tutto l’impiego delle donne. Non sanno se in capo qualche settimana o mese il contratto sarà rinnovato. E non metteranno mai insieme i quaranta anni di contributi per la pensione.
Madri flessibili

Scrivono ora Lia e le donne di via Dogana: ma è una disgrazia? Non saremmo più felici se ci facessimo guidare dal desiderio invece che dalle passate ideologie, che ci hanno stretto al lavoro fisso e a tempo pieno, strozzando il nostro bisogno di stare con i figli? D’altra parte il desiderio ci suggerisce di essere madri, ma anche di accedere a quella ricchezza di rapporti che il lavoro domestico riduce. Lavoro è fatica ma anche socialità, a volte perfino una soddisfazione. Non solo sfruttamento. Diciamo dunque due volte sì, alla maternità e al lavoro.

Però, per essere vivibile il «doppio sì» non può comportare sedici ore di lavoro al giorno, otto pagate in azienda, due nei trasporti e sei in famiglia non pagate: si crepa di fatica. Guardiamo con occhio benevolo al tempo parziale, al contratto flessibile e atipico che l’impresa ci offre più facilmente. Riduciamo il tempo del lavoro esterno, facciamo quattro più due più quattro, o flessibilizziamolo, calcolandolo non a tempo (che troveremo nei pertugi) ma a risultato. Insomma mamma e impresa si possono incontrare, l’impresa gradisce avere una lavoratrice, come si diceva una volta dell’auto, just in time, e la mamma ha bisogno di essere più libera. Così il lavoro si femminilizza, aggiunge qualche amico entusiasta: le donne sono sempre di più, per meno tempo, più flessibili, non hanno la fissa della lotta di classe, della rigidità delle norme e dei diritti, d’un impiego pieno per la vita e con pensione successiva. Nel loro tempo, breve e articolato, portano le loro assai tradizionali qualità, precisione, cura, fluidità, scarsa conflittualità.

Bel quadro ma non convincente. Sono i tempi e i conti che non tornano. Per realizzaare felicemente il doppio sì occorrerebbero due condizioni; che il servizio pubblico garantisse una struttura professionale semigratuita per accudire la casa e i bambini mentre lei lavora, e che l’impresa pagasse la lavoratrice almeno come un uomo, dovendo provvedere a una piccola creatura. Se non ci sono queste due condizioni, come è stato in alcuni paesi scandinavi, il mezzo tempo non basta per vivere e tanto meno per pagare l’altra donna cui affidare la casa e i figli.
Il miraggio del welfare state

Le due condizioni in Italia non ci sono. Salvo in alcune città, il servizio pubblico non esiste o è ai minimi, e la Ue non fa che chiedere di ridurre la spesa pubblica almeno fino al 2013. I salari (per non parlare della mancanza di impieghi in tempo di crisi) tendono a degradarsi al precariato, che obbligandoti a pensare al mese in cui sarai sospesa, non ti invita certo a programmare una maternità. Paradossalmente, la proposta della Libreria implicherebbe quella società comunista a redistribuzione totale e mirata, che è stata buttata alle ortiche anche come miraggio da trent’anni in qua. E non abbiamo anche noi sussurratao, se non sbaglio, meno stato più mercato?
Nel mercato, e perdipiù deregolato, la cura della casa e di un figlio va pagata, a meno di non metterlo gratis sulle ginocchia di qualche nonna o zia, eternizzando la gratuità del lavoro femminile di cura, che solo chi non lo ha mai fatto può ritenere tutto gioia e piacevolezza. Nel mercato, con i pochi soldi che abbiamo, cercheremo di pagare la badante (come la chiama Bossi) il meno possibile; e non c’è limite alla corsa in basso delle remunerazioni in tempo di penuria, così anche noi mettiamo un ginocchio sul collo delle migranti. Stiamo male tutte e due perché le statistiche europee confermano che le donne sono retribuite (se va bene come in Francia) il 20 per cento meno degli uomini. In un’occupazione regolare. Perché nei contratti atipici i dati precipitano. E peggio va con la selva dei lavori autonomi, tanto sperati e glorificati, dove alla dipendente è chiesto perlopiù un sorta di cottimo, essendo pagata a risultato previo gradimento del datore di lavoro. È lavoro autonomo diventare venditrice di creme o di biancheria alle amiche, senza un minimo salariale né un contributo previdenziale? E già nello scomparire in occidente della grande fabbrica industriale, si profila la grande fabbrica dei servizi del 2000, dai call center ai grandi tour operator, all’assistenza dopo vendita delle grosse marche alle reti di comunicazione alle migliaia di impieghi il cui lavoro consiste nel cercar lavoro, grandi edifici di vetri e cristallo dove siedono in fila fianco a fianco migliaia di ragazze, ciascuna isolata in un gabbiotto con un certo numero di chiamate da fare o di pratiche da sbrigare in tempi rapidi prefissati.

Quando un compagno ci assicura che il lavoro si sta femminilizzando, intende che sarebbe più fluido e soave. Quale esempio di occhio maschile! Femminile, pensa, perché più elastico e, ha ragione, più a buon prezzo. E poi le donne sono dolci e concilianti, si dimentica che aprivano la vertenza alla Borletti prendendo a zoccolate i vetri della direzione. O erano consigliate dalle cattive maestre del movimento operaio? Andiamo. La verità è che nelle condizioni attuali il «doppio sì» può essere realizzato da donne relativamente abbienti: professioniste o impreditrici. Una normale operaia o impiegata non ce la fa.

La Libreria delle Donne ha ragione in un punto: nell’indicare un motivo della durezza della nostra condizione nell’introiezione di una condizione fatalmente subalterna. Ha ragione nell’invitate a dare ascolto a quel che sentiamo e vogliamo. A farne una leva contro lo spessore opaco dei rapporti patriarcali. Nel mondo del lavoro essi si impongono contro regolamenti, contratti e leggi. Ma desiderio non è sogno, è lucido confronto fra noi e quel che abbiamo davanti, noi e i rapporti che ci sono costruiti attorno, si nutre della volontà di non accettarli, di cambiare. Se non diventa questo non è desiderio, ma immaginario, e all’immaginario concediamo già troppo.
La mappa dei desideri

Farei una mappa assai concreta del mercato del lavoro, care amiche di Milano. E anche una mappa dei desideri. È proprio vero che è iscritto nel nostro Dna il bisogno di maternità? Molte di noi, non un’esile minoranza, non sono madri. O non hanno voluto o non hanno potuto e in ogni caso non si sono dannate per diventarlo. Rispettano ma non apprezzano il bisogno di un rampollo fatto assolutamente dei cromosomi propri e di quelli del consorte, che obbliga a un percorso accidentato fra medici, cliniche, lettini, analisi, ormoni, vetrini, provette – come se maternità e paternità fossero una facenda di ovuli e spermatozoi, invece che del sorriso della madre e delle braccia paterne. Questo «bisogno» vien giù diritto dal peggio del patriarcato.

È invece un fatto, e pesante, che la maternita delle giovanissime è perlopiù un incidente, sopravvenuto in quella sorta di coazine alla sessualità, oggi obbligatoria come era un tempo l’interdizione. È un fatto che le donne di tutti i paesi e religioni, se appena possono mettere il dito sul grilletto genetico, riducono drasticamente il numero dei figli: negli scricchiolii del patriarcato questo il più vistoso. È un fatto che le politiche demografiche per la natalità non portano da nessuna parte. È un fatto che in grandi parti del mondo una figlia femmina è soppressa. È un fatto che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno. È un fatto che il maschilismo si difende nel risorgere delle religioni. È un fatto che grande è il disordine delle soggettività sessuate sotto il cielo. Neanche il desiderio è così semplice. Vogliamo discuterne?

il manifesto 30/5/2010

In risposta a rossana rossanda

L’altra metà del lavoro

Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lorenza Zanuso

La flessibilità imposta dall’economia neoliberista non rappresenta un’opportunità per le donne. Ma il tempo pieno, sempre uguale per tutta la vita, non può più essere considerato un modello a cui adeguare lotte e obiettivi. In questo quadro, chiudersi nell’alternativa fra «più stato» o «più mercato» impedisce di sperimentare nuovi modi di accogliere il conflitto, che di per sé costituisce un passaggio essenziale per cambiare l’organizzazione del lavoro.

-Immagina che il lavoro (testo scaricabile in www.libreriadelledonne.it/Stanze/Lavoro/ stanzalavoro.htm), merita alcune precisazioni e ci spinge a riflessioni più generali che ci piacerebbe aprissero sul manifesto un confronto, secondo noi necessario e urgente. Rossanda ci invita: «vogliamo discuterne?». È un invito che abbiamo molto apprezzato e che facciamo nostro. Lei dice che noi vediamo nella flessibilità una opportunità di conciliazione maternità/lavoro. Questa obiezione gioca sull’ambiguità del termine flessibilità (delle persone per il lavoro o del lavoro per le persone?). Certamente noi non abbiamo mai sostenuto che la flessibilità imposta dal mercato del lavoro neoliberista sia un’opportunità per le donne.

Noi affermiamo – e con noi lo affermano da tempo centinaia di economiste e studiose in tutto il mondo – che il modello di lavoro full-time full-life ha una storia specifica, fondata su una specifica divisione del lavoro tra i sessi: gli uomini al lavoro retribuito e le donne a casa. Diciamo che, con la partecipazione femminile di massa al lavoro per il mercato (unitamente al controllo della procreazione e alla più generale consapevolezza nata con il movimento delle donne), questo modello non è più sostenibile; e che va rimesso in discussione per tutti, uomini e donne. In altre parole: il tempo pieno, sempre uguale, per tutta la vita, non può più essere considerato il modello cui uniformare lotte e obiettivi. Non solo non è perseguibile, ma neppure desiderabile. Così come non è né perseguibile né desiderabile uno sviluppo basato sull’aumento infinito dei consumi.
Processi di adattamento sociale

Siamo ben consapevoli che il mercato del lavoro non è più quello degli anni Sessanta-Settanta. Vediamo e ascoltiamo le condizioni di precarietà e ricatto cui sono costretti in particolare i giovani nelle attuali condizioni del mercato del lavoro: donne e uomini, perché questo cambiamento non riguarda specificamente le donne. Eppure, riteniamo imprescindibile mantenere fermo quel punto di analisi, cioè la radicale trasformazione dell’idea stessa di lavoro determinata dalla presenza in massa delle donne anche nel lavoro retribuito. Perché vediamo che quel punto di vista non solo fa chiarezza sulle trappole paritarie (come perfettamente spiega Ida Dominijanni a proposito dell’età pensionabile, sul manifesto del 5 giugno), ma apre a una diversa consapevolezza, diversa anche dalla solita analisi sul lavoro postfordista. E crediamo che, se non ci sono impuntature ideologiche e steccati identitari, questa consapevolezza dia forza alla soggettività politica delle donne, e possa mettere in comunicazione anche donne e uomini che usano chiavi di lettura diverse. A questo primo e fondamentale punto di analisi, noi aggiungiamo un corollario: la completa socializzazione del lavoro di riproduzione attraverso merci o servizi privati e pubblici, che viene proposta come «soluzione» sia nelle impostazioni marxiste classiche sia dai teorici del pieno impiego del capitale umano uomo-donna, non è né credibile né desiderabile. E quindi va rimesso sul piatto della politica e dell’economia l’insieme del lavoro necessario per vivere, il suo senso per i singoli e la collettività, e la sua distribuzione per tutti. E ipotizziamo che in questa discussione le donne possano portare conoscenza e esperienza, un sapere storico che non va buttato via.

Rossanda dice anche che non teniamo in sufficiente considerazione la cancellazione dello stato sociale, i bassi salari delle migranti, e i differenziali salariali uomo-donna. Concordiamo che siano temi di fondamentale importanza, ma riteniamo imprescindibile discuterne a partire da una seria considerazione dell’insieme del lavoro necessario per vivere. Senza poter entrare qui nel dettaglio, osserviamo solo che nessuna di queste tre cose è direttamente correlata alla maggiore o minore flessibilità dei tempi di lavoro. L’assetto attuale del mercato del lavoro italiano, con i suoi squilibri generazionali e territoriali, etnici e sessuali, si è realizzato all’ombra di un silenzioso intreccio di interdipendenze tra lavoro di produzione e riproduzione, il cosiddetto familismo all’italiana.
C’è chi vede questi processi solo o prevalentemente come colpevole sfruttamento di alcune donne su altre donne, o anche come pura e semplice mercificazione del lavoro di cura. A noi questo pare miope. Si tratta piuttosto di un gigantesco processo di adattamento sociale che non è possibile capire né smontare se non si riparte proprio dal guardare agli andamenti e alla qualità del lavoro retribuito di donne e uomini, migranti comprese, dal punto di vista del lavoro di riproduzione dell’esistenza, e non viceversa. Quanto ai differenziali salariali uomo-donna, oltre a essere di controversa misurazione, sono in Italia i più bassi d’Europa (4,9%, vedi Mark Smith su www.ingenere.it) e più in generale derivano sostanzialmente dal fatto che in tutto il mondo occidentale uomini e donne che lavorano hanno caratteristiche personali diverse, e fanno lavori e occupano posizioni differenti nel mercato del lavoro: un fenomeno per il quale si richiede una spiegazione ben più complessa che non la «denuncia» della flessibilità.

Infine, nell’alternativa secca o «più stato» o «più mercato», richiamata da Rossanda, di certo non è venuta da parte femminista la richiesta di più mercato. Restare chiuse in quell’alternativa, che è troppo rigida e troppo semplice, impedisce, ad esempio, di ragionare su «un welfare a misura di relazioni» come abbiamo fatto con Laura Pennacchi, oppure di cogliere dinamiche inedite tra locale e globale e di sperimentare forse anche nuovi modi di agire il conflitto.
Quando poi parliamo di maternità è chiaro che non intendiamo solo maternità biologica, né tanto meno destino identitario.

Condividiamo le osservazioni di Rossanda. Figurarsi se non sappiamo che esiste anche un lato oscuro della maternità. Perfino nel nostro gruppo ci confrontiamo continuamente con tutto ciò: delle otto autrici del Sottosopra, quattro sono convinte madri biologiche e quattro convinte non-madri biologiche. Dice Rossanda: «È un fatto che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno». Ma è proprio per ricostruire quel senso che dobbiamo rimettere al centro dell’analisi politica tutto il lavoro necessario per vivere.

 Su questo tema, la nostra esperienza di confronto con molte donne ci fa dire che l’affermazione del «doppio sì» – cioè di due desideri per molte irrinunciabili, lavorare e stare con i figli – lungi dall’essere percepita come elitaria, o dall’inchiodare ognuna al proprio vissuto, fa tirare sospiri di sollievo, apre spazi importanti di libertà personale e abbatte steccati. La fortuna che l’espressione «doppio sì» – non è un obiettivo politico in senso classico – ha avuto, superiore alle nostre aspettative e negli ambiti più diversi, ci dice che quelle parole danno forza simbolica a ogni singola donna, madre o no, perché valorizzano la sua differenza e le dicono che è possibile ripartire anche da lì. Per fare cosa? Per narrarsi pubblicamente, per contrattare, per agire politicamente.
Agire il conflitto

In conclusione: l’analisi di Rossanda, come altre che leggiamo, ci appare ancorata a una specie di realismo depresso. Al contrario noi saremmo caratterizzate dall’ottimismo elitario. Siamo invitate a scendere sulla terra e a confrontarci con i duri fatti della realtà. A non prendere il desiderio per sogno, a misurarci con la necessità del cambiamento e del conflitto. Eppure nel nostro testo affermiamo con forza la necessità di agire la contrattazione a tutti i livelli, tra sé e sé, con l’altra/o, in casa e nel lavoro. Di riscoprire dal nostro punto di vista la conflittualità. Togliendo a questa parola l’interdetto sociale che ormai si è imposto, che la associa a negatività, debolezza e fallimento, schivando contemporaneamente la modalità bellicosa che ha come misura il controllo del potere. Agire il conflitto, al contrario, vuol dire riconoscere sé e l’altro nella loro differenza. Agire il conflitto per evitare la guerra, che invece vuol dire definire l’altro «nemico» per poterlo annientare. Contrattare per dare spazio pubblico alla differenza.

Per tutti questi motivi, ci viene il dubbio che una difficoltà a confrontarsi tra chi ha a cuore donne-lavoro-politica, stia forse anche nel fatto per cui alcune scommettono sulla forza della libera soggettività femminile di cambiare il senso e l’organizzazione del lavoro, mentre altre non possono sottrarsi alla sofferenza femminile, doppiamente segnata dalla globalizzazione e dal patriarcato, un morto vivente che sa ancora colpire.
Luoghi di parlanti

Per essere più chiare: il nostro testo non dice nulla di sostantivo su quello che le donne sono o dovrebbero essere. Né propone un compiuto disegno di riforma del mercato del lavoro e del welfare, del part-time o dei congedi parentali in un’ottica conciliativa. Contro ogni neutro universale (maschile e femminile), afferma piuttosto la singolarità di ognuna, e scommette sulla possibilità di ognuna di parlare di sé, del mondo (e del lavoro), sia tra sé e sé che insieme ad altre/i. È una possibilità eternamente contesa, e difficile da praticare, ma è il sale della vita. È una realtà che già affiora in quel mondo ricco e difficile da catalogare che è la rete. Quando diciamo che ci vogliono, e ci sono, «luoghi di parlanti» parliamo di questa possibilità, non di altro: creare luoghi in cui le donne possano conoscersi e riconoscersi, scambiare valutazioni, dare parole alle difficoltà, mettere sul piatto i propri bisogni, lasciar affiorare i desideri, attirare anche gli uomini al confronto.
Per incominciare a delineare la mappa dei desideri di cui parla Rossanda, perché è vero che «neanche il desiderio è così semplice». Creare realtà di donne e uomini che si parlano, che trovano se stesse/i insieme ad altre e altri. Che per questa via diventano singolarmente soggetti politici. O ci crediamo che le donne hanno questa forza, o non ci crediamo. Vogliamo ripartire da qui?

il manifesto, 10/6/2010

Non aver paura della “politica della paura”. Un libro…

// giugno 15th, 2010 // No Comments » // generi, letture&ascolti&visioni

Sentimenti dell’io globale

di Ida Dominijanni

Patologie dell’individuo contemporaneo fra ossessione dell’Io e ossessione del Noi, eccesso di informazioni e difetto di esperienza. «La cura del mondo» di Elena Pulcini per Bollati Boringhieri, una iniezione di vulnerabilità sulle pretese del soggetto sovrano.

Che la paura si presenti oggi come uno dei sentimenti più sintomatici dell’uomo globale è cosa nota: abbiamo paura di tutto e del contrario di tutto, degli attacchi terroristici e della guerra, dei cambiamenti climatici e delle epidemie, della morte e delle tecnologie che allungano la vita, dell’invasione dei migranti e della crescita zero degli occidentali, delle crisi finanziarie e delle banche centrali, della marea nera e di restare senza benzina. È altresì noto però che la paura è uno dei sentimenti su cui la politica fa leva, promettendo sicurezza e conquistando per questa via, più o meno meritatamente, coesione e consenso sociale. Ma qui le cose si complicano subito, perché non sempre la politica aziona questa leva allo stesso modo, e dal modo in cui la aziona dipendono in parte la sua qualità e la sua efficacia. Sì che se lo Stato moderno nasce precisamente sull’istanza di governare la paura, trasformandola da passione disordinante dello stato di natura in elemento ordinatore della società, quello che oggi abbiamo di fronte a noi – ma anche dentro di noi – è uno scenario in cui la politica, più che governare la paura, ne è governata: ne subisce le ondate paranoiche e risponde con ondate securitarie altrettanto paranoiche, che a loro volta non la riducono ma la alimentano, senza che ne derivi ordine bensì disordine. D’altra parte, chi a questi automatismi securitari giustamente si oppone, cade sistematicamente nell’automatismo opposto, che consiste nel sottovalutare o negare la paura sulla base di un ottimismo illuministico e di un dover-essere razionalistico che a loro volta non risolvono ma rimuovono il problema, aggravandolo. Uno dei molti meriti dell’ultimo libro di Elena Pulcini, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri, pp. 300, euro 25) consiste nello smontare entrambi gli automatismi, mettendo la paura al centro dell’analisi dell’antropologia politica contemporanea e invitandoci a guardarla come una risorsa emotiva dell’azione politica: «Con la paura bisogna fare i conti, evitando ogni operazione di rimozione o di ottimistica sottovalutazione, che avrebbe l’unico effetto di provocarne un oscuro e inconsapevole potenziamento. Conoscere, e soprattutto ri-conoscere la paura, costituisce non solo il primo passo per ammettere l’importanza determinante delle passioni nella motivazione degli uomini all’agire, ma anche la chance per scoprirne, insieme con la funzione cognitiva, l’irrinunciabile funzione produttiva e mobilitante. Disconoscerla significa al contrario inibire o alterare quel processo emotivo e cognitivo che prelude alla valutazione e all’azione, e che consente di far fronte alla minaccia attraverso risposte costruttive, adeguate al perseguimento del bene degli individui e della collettività».

L’operazione proposta dall’autrice è sorretta da una puntuale analitica della paura nel mondo globale, non priva di sorprese e spiazzamenti. La politica postmoderna della paura è diversa da quella moderna, infatti, anche perché diversa risulta, nei due scenari, la stessa configurazione della paura: a turbare le nostre esistenze non sono più paure circoscritte di incognite definite, bensì una gamma di paure indeterminate relative a rischi indeterminati, impersonali e remoti come quelli che abbiamo elencato all’inizio; e anche quando la fonte dell’ansia risiede nell’altro, questo altro non è più percepito come un simile minaccioso ma riconoscibile (l’homo homini lupus hobbesiano), bensì come un alieno sconosciuto e incontrollabile.

Si tratta dunque di uno stato di angoscia generico e endemico, che si trova davanti una politica impotente a fronteggiarlo e produce meccanismi di difesa regressivi: di diniego e autoinganno di fronte ai rischi globali (è più facile illudersi che il global warming sia un’invenzione che rassegnarsi a consumare meno per ridurlo), proiettivi e persecutori di fronte all’«invasione degli alieni» (è più facile fare degli immigrati un nemico pretestuoso che misurarsi con i problemi reali della convivenza multiculturale). Due diverse «patologie del sentire» – assenza di paura nel primo caso, eccesso nel secondo – che alludono entrambe a una incapacità di vivere davvero la paura, di sopportarla, di farsene mobilitare per reagire con misura ed efficacia al profilo effettivo di ciò che si percepisce come un pericolo o un rischio: una incapacità a sua volta sintomatica di una schizofrenia tipica della tarda modernità, quella «fra il conoscere e il sentire», tanto più diffusa quanto più cresce la mole di informazione di cui disponiamo. Ma se la diffusione delle paure nasconde questa sorta di generalizzata anestesia, la terapia non consiste tanto nel liberarsi dalla paura, quanto al contrario nell’imparare a sentirla e a farne esperienza.

Pulcini individua in questo «risveglio emotivo» della paura un passaggio cruciale per sbloccare le patologie del soggetto contemporaneo e trasformarne radicalmente lo statuto. Prima di vedere come, bisogna tornare sull’impianto generale del suo lavoro. Pur mettendo a fuoco il nesso fra paura e responsabilità, La cura del mondo è infatti un libro sul soggetto dell’era globale, che a differenza di molte altre pure illuminanti analisi della globalizzazione non si limita a enunciare la necessità di ripensare le trasformazioni dell’io all’interno delle trasformazioni del mondo contemporaneo ma affronta di petto questo compito, forte di una solida competenza (della stessa autrice un volume importante sull’individuo moderno, L’individuo senza passioni, Bollati Boringhieri 2001 e, con Mariapaola Fimiani e Vanna Gessa Kurotschka, Umano post-umano. Potere, sapere, etica nell’età globale, Editori riuniti 2004) e di una capacità rara di intrecciare lo sguardo filosofico, sociologico, psicoanalitico (e relative bibliografie). I capitoli centrali dedicati alla paura funzionano dunque da snodo fra la prima parte del libro, che decostruisce le patologie del soggetto postmoderno, e la terza, che in quelle stesse patologie individua le condizioni per l’emergere di una nuova forma della soggettività.
La figura dell’Io però non è scollata dalla cornice del mondo: al contrario, la riflette fedelmente. E le patologie dell’individuo contemporaneo riflettono fedelmente le trasformazioni della cornice. Se la globalizzzazione è contrassegnata da una costitutiva ambivalenza fra unità e molteplicità, universalizzazione e localizzazione, omologazione e fissazione identitaria, questa stessa ambivalenza si riproduce, argomenta Pulcini, sia nella struttura antropologica dell’individuo sia nelle forme del legame sociale: «individualismo illimitato» e «comunitarismo endogamico» sono le due patologie del soggetto che corrispondono a questa conformazione del globale (e che la postmodernità globale eredita peraltro largamente dalle aporie della modernità). Per un verso, «l’Io globale si configura come un Io apatico e vorace allo stesso tempo, insicuro e onnipotente, parassitario e acquisitivo; ma soprattutto caratterizzato da un sostanziale atomismo, che possiamo riconoscere nell’indifferenza dello spettatore, nel parassitismo del consumatore e nell’onnipotenza solipsistica dell’homo creator». Per l’altro verso, a compensazione di tanto individualismo emergono in questo stesso Io nuovi bisogni di confinamento, appartenenza, identificazione e, come abbiamo visto, immunizzazione in comunità più o meno protettive, esclusive, regressive. Ossessione dell’Io da una parte, ossessione del Noi dall’altra: tertium non datur?

Mosso da un pessimismo radicale sul futuro di una specie irresponsabilmente sorda ai rischi per la sua sopravvivenza provocati dalla sua stessa hybris, il ragionamento di Pulcini si apre tuttavia a un felice superamento di questa alternativa, inscrivendosi in quella prospettiva filosofica femminista che da tempo indica nel soggetto relazionale la fuoriuscita dalle secche dell’individualismo moderno e postmoderno: né l’ipertrofia dell’Io né l’ipertrofia del Noi, ma un io (minuscolo) consapevole di essere costitutivamente legato e interconnesso agli altri, simili e diversi, disposto alla contaminazione e alla costruzione di legami solidali. Si capisce a questo punto perché la paura giochi un ruolo chiave nell’accesso a questo statuto della soggettività: ascoltarla, senza né negarla illuministicamente né farsene immobilizzare, significa aprire le porte all’esperienza e al sentimento della vulnerabilità, che è a sua volta la porta d’accesso alla consapevolezza della nostra relazionalità costitutiva (Judith Butler e Adriana Cavarero sono su questo punto i riferimenti più vicini a Pulcini) e dell’obbligazione di ciascuno alla cura dell’altro e del mondo (Carol Gilligan, e, della stessa Pulcini, Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura, Bollati Boringhieri 2003).

In questione, nel solco dell’offensiva culturale e filosofica che il miglior pensiero femminile conduce da anni, sono il soggetto sovrano e l’ossessione identitaria che dalla tradizione moderna trapassano, in forme appunto patologiche, nel presente post-moderno. Per Pulcini non si tratta tuttavia di pensare solo la relazione e il soggetto-in-relazione, bensì di aprire l’immaginazione politica al concepimento di una nuova «forma del mondo», cogliendo nelle stesse condizioni oggettive dell’età globale le premesse per il superamento delle sue patologie. Se è vero, com’è vero, che l’interconnessione tipica del mondo globale non è solo un dato economico o sociale o politico ma «ci pone definitivamente di fronte alla verità ontologica dell’essere-con, mettendo a nudo la costitutiva socialità dell’essere e costringendoci a pensare l’esistenza come il nudo “essere gli uni con gli altri”», da questo sintomo ontologico bisogna partire per concepire il mondo non come una somma di individualità irrelate o di comunità in lotta fra loro, bensì – alla Arendt – come spazio dell’in-fra e dell’essere in comune, o – alla Nancy – come comunità e partizione. Che altro non significa che dare finalmente una piegatura di senso a quel processo di globalizzazione che pretende di dispiegarsi sopra le nostre teste e le nostre passioni come un puro fatto.

il manifesto, 13/6/2010

8 MARZO !

// marzo 4th, 2010 // No Comments » // generi, immagini&video&musiche

le brave bambine...

Regalatevi e regalate alcuni libri… “femministi”: testi storici, inchieste e riflessioni attuali !!!

Carla Lonzi,  Sputiamo su Hegel e altri scritti.  et al. edizioni.  € 10,00

Maria Luisa Boccia,  L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi.  La Tartaruga.  € 18,00

Caterina Soffici,  Ma le donne no. Feltrinelli.   € 14,00

Anais Ginori,  Pensare l’impossibile.  Fandango.  € 14,00

Sandra Puccini,  Nude e crude. Femminile e maschile nell’Italia di oggi.  Donzelli.  € 18,00

Alain Tourraine,  Il mondo è delle donne.  il Saggiatore.  € 20,00

A proposito di patriarcato e violenza.

// settembre 4th, 2009 // No Comments » // generi

Maschio ci nasci o ci diventi?  Intervista di Enrico Lante e Luigi Zaja

Top secret. L’identità maschile rimane un sancta sanctorum . Un luogo inaccessibile allo sguardo. E’ il caro prezzo pagato in cambio dell’abitudine a pensarsi – consapevolmente o meno – il detentore naturale del potere, nella sfera privata della famiglia come in quella pubblica. Ancora oggi si pensa che l’identità maschile sia soltanto una somma di predisposizioni biologiche, di muscoli e corteccia cerebrale. Che, insomma, maschio si nasce e non lo si diventa. E, invece, chissà, si potrebbe scoprire che il maschile è una costruzione storica e magari neppure tanto solida. Anzi. Maschio si diventa, e a prezzo di operazioni culturali sempre precarie, di scelte più o meno sotterranee tra modelli, riferimenti e archetipi che mal s’accordano tra loro. Per esempio, tra i due principi contrapposti di animalità e civiltà. Che il maschio umano diventi un animale capace di socialità solo attraverso un faticoso processo culturale lo sostiene Luigi Zoja, psicanalista e presidente dell’associazione che raggruppa tutti gli analisti junghiani (Iaap), oltre che del Centro italiano di psicologia analitica. La coesistenza tra la polarità animale e la capacità di convivere con gli altri in società è cosa complicata da ottenere. Un tema classico della psicanalisi da Freud in poi. Luigi Zoja se n’è occupato in saggi recenti, Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (Bollati Boringhieri) e La morte del prossimo (Einaudi), ma è soprattutto ne Il gesto di Ettore (uscito sempre per Bollati nel 2000) che ha messo a fuoco l’identità maschile come il terreno di lotta tra principi contrapposti. Lì era appunto la scomparsa del padre, il rifiuto della figura paterna nel suo significato più positivo di educatore alla civiltà, a spiegare il senso di un fallimento epocale, di una regressione del maschio al polo opposto dell’animalità bestiale. Come nella figura mitologica dei Centauri – tema di una relazione che Luigi Zoja ha tenuto venerdì scorso al Festival della mente di Sarzana (fino ad oggi) – riemerge nel maschio contemporaneo il polo rimosso dell’animale fecondatore, incapace di amare e di rapportarsi all’altro e, per ciò stesso, incline alla patologia dello stupro.

Il modello che in questa società riscuote più successo è quello del maschio che compete per conquistare l’oggetto del desiderio prima degli altri rivali. L’esito estremo di questa cultura è lo stupro. Perché è fallito l’altro modello, quello del padre educatore alla convivenza civile?       Questo sarebbe l’altro aspetto di un lavoro sull’identità maschile. A differenza dell’identità femminile in cui la “femmina” e la “madre”, le due dimensioni orizzontale e verticale, coesistono da sempre, perché coesistono nella scala evolutiva in tutti gli animali man mano che ci si avvicina agli esseri umani e continuano a coesistere in tutte le civiltà primitive, moderne e postmoderne, quella maschile subisce invece degli sbalzi notevoli. Fondamentalmente la parte paterna comincia con la cultura. Gli animali più vicini a noi non hanno dei veri ruoli paterni, hanno soltanto il maschio che compete per le femmine, si accoppia e non riconosce i propri figli, non se ne occupa. Il padre è un’invenzione culturale. Il patriarcato è fragile, anche dal punto di vista psicologico, proprio perché è una costruzione storica. Nell’identità maschile le due polarità, “maschio competitivo animale” e “padre”, non sono ben sintetizzate poiché la figura paterna compare nella scala evolutiva solo in tempi “recenti”, nelle ultime centinaia di migliaia di anni. Non è una cosa consolidata da sempre attraverso tutti i passaggi dell’evoluzione come quella femminile. Il padre è un ruolo molto relativo alla cultura. Il patriarcato è stato uno dei punti di forza e, insieme, di debolezza dell’Occidente. Secondo me tutta la questione del patriarcato è una questione di decadenza. Nel Gesto di Ettore criticavo i men studies americani che parlavano tutti della crisi del padre e del patriarcato ma facendola risalire al XX secolo. Io cercavo di notare che già la rivoluzione francese, punto di arrivo dell’Illuminismo, proclama il motto liberté egalité fraternità . Il legame più importante fra gli esseri umani è orizzontale, quello dei fratelli si sostituisce, almeno nelle classi colte, come principio guida a quello del patriarcato. La rivoluzione francese nei fatti comincia a limitare il potere del padre. Fino ad allora la responsabilità dell’educazione ricadeva sotto l’autorità del pater familias . Dalla rivoluzione francese in avanti viene spostata invece sullo Stato.

La crisi del padre ha creato un vuoto nell’identità maschile. Non sarà per questo che l’identità maschile si è sbilanciata verso l’altro modello, verso l’animale competitore?                  Nel mio intervento al Festival della mente mi sono soffermato appunto sull’altra polarità maschile, quella animale e selvaggia. Cerco di mettere a fuoco il profilo del maschio aggressivo e violentatore. L’idea mi è venuta osservando al Louvre le figure di Centauri che rapivano le donne. Mi sono incuriosito. La figura mitologica del Centauro non ha compagne, l’unica cosa che fa è rapire le donne. Mi sembrava una metafora mitica di quel che può succedere quando il padre se ne va. Oggi siamo in una situazione del genere. La scomparsa del padre non è avvenuta soltanto al livello delle istituzioni e dello Stato, ma purtroppo anche al livello dell’uomo della strada, delle classi medie e della cultura consumistica. Se dovessimo indagare come è cambiata, ad esempio, la comunicazione dei giovani detenuti nelle carceri, scopriremmo che fino a venticinque anni fa parlavano tutti della ragazza e mostravano sentimenti di nostalgia. Oggi parlano soprattutto della motocicletta e di oggetti. Anche questo è significativo. C’è un atteggiamento di rapina nei rapporti che si lega molto al consumismo ed è antitetico alla responsabilità paterna, alla figura del padre nel senso positivo e costruttivo di “guardiano della civiltà” che in gran parte abbiamo buttato via con tutta l’acqua sporca del patriarcato.

In genere associamo il maschio violentatore al prodotto più tipico del patriarcato, di un ordine simbolico cioè fondato sul dominio maschile. Qui invece c’è un rovesciamento di questa tesi. Scopriamo che il maschio violentatore è il prodotto della crisi del padre. O no?         La componente selvaggia e animalesca del maschile è proprio il non-padre. Il maschio competitivo e rapinatore. Come psicanalista junghiano io parlo di figure mitologiche, non punto l’attenzione sulle persone in carne e ossa. Parlo di archetipi che dominano nella società. Questo maschio competitivo lo vediamo molto attivo nel carattere delle donne in carriera, come si dice oggi.

La televisione che oggi occupa quasi tutto lo spazio pubblico, non è la principale “fabbrica di archetipi” di questo tipo?         Vero. Da un lato, la struttura economica ipercompetitiva della società è un incoraggiamento a sviluppare questa componente aggressiva della propria personalità per avere successo e, da un altro lato, i mass media vendono questo modello come il più adatto in una vita consumistica.

Non per fare del riduzionismo volgare però non crede che i casi di stupri oggi siano figli di questa identità maschile non più capace di fare da padre?     E’ molto difficile dire se gli stupri siano aumentati. Le statistiche possono aiutarci solo fino a un certo punto. Tra i risultati negativi dello stupro è proprio di far tacere le persone, di creare un clima di inibizione, trauma e vergogna. Però è importante che se ne parli ed è importante, a mio giudizio, metterlo in relazione con tutto il problema storico dell’identità maschile. Date queste due polarità, il maschio pre-civile e il padre, con lo sprofondare del padre – come nel gioco della bilancia – sale invece l’altro.

Però così sembra che non il patriarcato c’entri qualcosa con lo stupro, quanto invece – e paradossalmente – la sua crisi. Ma così si dimentica che il patriarcato è un rapporto di dominio del maschile sul femminile. O no?      La direi in un altro modo. Il patriarcato è già una struttura sociale o, addirittura, politica. Preferisco parlare di crisi dell’identità paterna. C’è un ritorno a un’identità maschile di tipo pre-paterno. La scomparsa del padre fa parte di una lenta decadenza. Il punto più alto è stato toccato in Grecia e nell’antica Roma. Dopo di allora il patriarcato è vissuto sulle glorie passate ma in realtà ha imboccato la strada di una lenta crisi. L’Illuminismo – come dicevo prima – critica il patriarcato. E il primo a scrivere del mito dell’Edipo non è Freud, ma Voltaire. Il padre va in lenta decadenza. Ultimamente anche la struttura economica della società tende a far emergere l’altra polarità maschile, cioè il maschio competitivo. Anche questo è un altro aspetto della scomparsa della padre.

C’è da dire però che la scomparsa del padre non ha prodotto una grande riflessione. A differenza di quanto è avvenuto con il femminismo non c’è stato un approfondimento sull’identità maschile e i suoi cambiamenti. O no?       Non c’è stata una grande riflessione. Infatti mi stupisce il relativo successo del mio libro, Il gesto di Ettore che continua a essere venduto nonostante sia pubblicato da una casa editrice abbastanza specialistica, Bollati Boringhieri. Conosco gruppi di uomini ma fanno abbastanza poco. In America, invece, di riflessioni ce ne sono anche troppe, secondo me scivolano sul sentimentale. In Europa ci lavorano sopra gruppi un po’ più colti ma rimangono comunque nelle nicchie della società. Più in là queste riflessioni non vanno.
Insomma questa società ha la sua base ideologica e materiale nell’archetipo del maschio fecondatore, animale e competitore. Vero?

Per questo la metafora del Centauro corrisponde al nostro tempo. E’ completamente incapace di amore, sa solo rapire. Il ratto significa sia rapimento che stupro. Il Centauro conosce solo questa modalità di rapporto col femminile. Secondo me è una delle conseguenze del consumismo e dei mass media. Anche se poi ci raccontano che i mass media narrano storie hollywoodiane in cui vincono sempre i buoni. Non è vero per niente. Nel messaggio hollywoodiano vince l’impazienza. Non la capacità educativa, non la pazienza pedagogica, bensì la figura del maschio che va subito allo scopo. Simbolicamente il maschio che rapisce la femmina e non si impegna in un rapporto.

Liberazione, 6/9/2009