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Nel biellese quasi 200 lavoratori della scuola in meno nell’anno scolastico 2010-11.

// settembre 1st, 2010 // No Comments » // culture, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio, news, uscire dalla politica

Qui l’anno scolastico 2010-2011 apre con quasi 200 lavoratori in meno.  Come una grande azienda tessile biellese che chiude. 

Non solo giovani precari ma anche vecchi precari.  Anziani bidelli cinquantenni, emigrati dal sud, che non sono mai entrati in ruolo, insegnanti che sono precari da 10 anni perché non si fanno più i concorsi.  200 circa di questi ora sono semplicemente disoccupati!

Lo Stato, per dare il buon esempio, ha istituito da sempre il più flessibile dei sistemi di reclutamento, prima ancora che si parlasse di flessibilità: assume a settembre per licenziare a giugno, non paga le ferie, azzera qualsiasi anzianità e scatto di stipendio, non garantisce alcuna continuità didattica, non garantisce passaggi di ruolo.

Lo Stato “fondato sul lavoro” tradisce da sempre i principi costituzionali.

La vecchia scuola, serbatoio di voti democristiani, si riconferma luogo di saccheggio politico e culturale: vecchi e falsi privilegi si confondono con il più vergognoso sfruttamento. 

La propaganda riformatrice del Governo attuale (quale riforma?) ha consolidato un processo che, volta per volta, ha assunto la faccia clientelare o aziendalistica, mantenendo intatta la mancanza totale di rispetto per il lavoro, minando così alle fondamenta la qualità dell’offerta formativa. 

Questo Governo ha deciso che sulla scuola si poteva, doveva, risparmiare, forse risparmierà, ma gettando la scuola in un baratro dal quale non uscirà più.

Proprio ora, con un mercato del lavoro sempre più precario, flessibile e in crisi, la scuola dovrebbe svolgere un ruolo di orientamento culturale e professionale per collocare nuove forze giovani nella costruzione concreta della società contemporanea, proprio ora la scuola invece dismette la sua  funzione e… diventerà un parcheggio a basso costo per lo Stato ma altissimo per l’intera comunità.

La società deve ribellarsi.  I costi di questa deriva si pagheranno, un po’ alla volta, per anni e saranno altissimi: disoccupazione, scarsa professionalità, disagio giovanile, insicurezza, abbassamento dei livelli culturali, …saranno le emergenze, che stiamo già vivendo, con le quali dovremo fare i conti per molti, molti anni.

La società nel suo insieme deve farsi carico di questa situazione di fronte alla crisi della politica e dei partiti.  

Non solo “ribellarsi è giusto” ma oggi più che mai è necessario, i soggetti sociali: studenti, genitori e lavoratori della scuola sono chiamati tutti ad impedire questa deriva e a costruire “un’altra scuola possibile”.

 marco sansoè

Dalle scuole biellesi un documento contro la “riforma” e per la difesa della scuola pubblica

// luglio 5th, 2010 // No Comments » // lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio, news

Al termine dell’anno scolastico è circolato nelle scuole un documento preparato da insegnanti di diverse scuole che, personalmente o in rete, si sono confrontati e hanno deciso di presentare nei Collegi dei Docenti che si sono svolti nel mese di giugno. Nelle diverse scuole il documento è stato adeguato alle varie realtà, ma i ritocchi sono minimi. 

In alcune scuole non è stato possibile presentarlo perché i Collegi si erano già riuniti, in altre l’indisponibilità dei Presidi ne ha impedito la presentazione: alcuni dirigenti hanno ormai un tale timore di eventuali interventi punitivi nei loro confronti, qualora diano spazio ad un confronto libero e aperto sui problemi della scuola e della “riforma”, che hanno preferito evitare che il tema venisse discusso in Collegio dei Docenti…, ma è stato comunque sottoscritto. 

I dati più interessanti sono i seguenti: è stato votato al Bona con una sola astensione; all’ITI con con 3 contrari e 2 astenuti, su 261 votanti; all’unanimità alla Scuola media di via Adis Abeba; è stato sottoscritto da 4/5 dei docenti dell’Istituto di Mosso…

Nel documento gli insegnanti si assumono interamente le responsabilità della propria funzione, ma dichiarano l’indisponibilità a collaborare alla realizzazione di qualsiasi progetto che porti alla riduzione della qualità della formazione e a supplire con il proprio lavoro alla riduzione di risorse e di personale voluta della “riforma” e dal taglio dei finanziamenti.

Nel biellese ci saranno 90 cattedre in meno, 40 docenti soprannumerari, 45 lavoratori del personale ATA in meno, una drastica riduzione dei fondi d’istituto e con ciò l’espulsione definitiva degli insegnanti precari, …ma gli studenti non sono diminuiti!   Non saranno i lavoratori, quelli che resteranno, a supplire alle carenze del sistema, provocate da scelte sbagliate che penalizzano l’educazione e l’istruzione pubbliche.

 un gruppo variegato di insegnanti

In questi ultimi mesi abbiamo speso tempo, energie e intelligenza per contribuire ad avviare l’anno scolastico 2010-2011. Ci siamo destreggiati, tra contraddittori e spesso irrazionali decreti e circolari ministeriali, nell’intento di non penalizzare gli studenti.

Il nostro senso di responsabilità ha dovuto fare i conti con orari che cambieranno e cattedre che diminuiscono. Abbiamo dovuto tradurre in soluzioni concrete scelte che mortificano la nostra professionalità e avviano processi di riduzione della qualità dell’offerta formativa.

Ma l’anno scolastico 2010-2011 partirà e se il suo avvio non sarà regolare e sereno le responsabilità possono ricadere solo su un’Amministrazione scolastica lontana dalla scuola reale.  Noi abbiamo fatto il nostro dovere, docenti di ruolo e precari che in tanti il prossimo anno non ritroveremo la nostra cattedra.

Ma ora ci dedicheremo alla formazione dei nostri studenti.  Saremo indifferenti alle sorti della “riforma”, che appare sempre più un involucro vuoto costruito per ridurre le spese per l’istruzione, e ostacoleremo i tentativi di ridurre la qualità della formazione. Ma se non ci saranno le risorse umane e economiche sufficienti per fornire un servizio adeguato non saremo noi a supplire a quelle carenze…

Noi ci dedicheremo alla formazione dei nostri studenti, denunciando la riduzione delle risorse per la scuola pubblica, l’aumento dei carichi di lavoro per tutti i lavoratori della scuola, la riduzione delle attività integrative e quant’altro…

Dopo aver licenziato gli insegnanti precari, ora bloccano contratto, stipendi e scatti di anzianità a tutti (invece di far pagare i veri responsabili: banche e finanza, spendono più dell’ammontare della manovra in armamenti!).

Ma noi ci dedicheremo alla formazione dei nostri studenti e non saremo esecutori di questa “riforma” ma critici fruitori, contrari a questo come ad ogni progetto distruttivo della scuola pubblica che non ci vedrà complici!

APPELLO PER LA SCUOLA PUBBLICA

// giugno 29th, 2010 // No Comments » // lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio, news

Alle Associazioni, ai Comitati, ai Movimenti e alle Organizzazioni Sindacali:

IL NOSTRO APPELLO PER LA SCUOLA PUBBLICA.

L’Associazione “NonUnodiMeno” si è fatta promotrice, insieme ad altre Reti, di questo Appello per la difesa e la riqualificazione della SCUOLA PUBBLICA. Crediamo che la situazione sia particolarmente grave e tale da esigere una mobilitazione delle coscienze di ognuno e delle varie espressioni delle realtà associative e di movimento, con l’impegno a partecipare a tutte le mobilitazioni di protesta e autoconvocate in difesa dei principi alla base di questo Appello, compreso lo SCIOPERO GENERALE del 25 giugno. Vi chiediamo perciò di aderire a questo Appello in forma collettiva o individuale per dare un forte segnale di controtendenza.

PER L’ASSOCIAZIONE “NONUNODIMENO” – IL PRESIDENTE – GIANSANDRO BARZAGHI

********************************************************** Appello per la scuola pubblica.

Sulla scuola si gioca un’idea di società e di futuro. Lo sanno bene i molti insegnanti che, nonostante tutto, ogni giorno danno vita alle tante buone pratiche, che oggi vengono profondamente umiliate dai tagli micidiali e dalla manovra finanziaria. Una manovra che va a colpire pesantemente i lavoratori del comparto pubblico e la loro professionalità, così come la qualità dello stato sociale che abbiamo fino a oggi conosciuto in Europa e in Italia. Una politica capace di guardare lontano, una politica di progetto e di tensione ideale, dovrebbe essere in grado di comprendere che la scuola, la formazione lungo tutto l’arco della vita, la conoscenza sono delle priorità strategiche per il nostro Paese, soprattutto in una fase di grave crisi economica e sociale. Invece la riproposizione delle fallimentari strategie neo-liberiste vorrebbe ridurre anche la formazione e gli stessi diritti civili e sociali a una merce che sottostà alle regole del mercato e della concorrenza tra pubblico e privato. Contro questa riduzione di tutto a merce, noi opponiamo una concezione alta, secondo la quale la cultura e il sapere sono dei beni comuni e perciò non mercificabili e non alienabili, come l’acqua, l’aria, la salute, la terra, la biodiversità e la vita stessa. In questo senso la cultura e il sapere sono un diritto universale e non un privilegio di pochi. La cultura e la conoscenza possono essere uno strumento di riscatto sociale, che permette di capire la nostra storia e di dialogare con quella degli altri, di capire il passato e di costruire il futuro per sé e con gli altri. Pertanto rifiutiamo concezioni e pratiche discriminatorie nei confronti di studenti che provengono da altri Paesi, in quanto la scuola è il luogo per eccellenza di incontro tra storie e culture diverse e come tale non può che essere il luogo dell’accoglienza e dell’integrazione reciproche. Per queste ragioni continuiamo a sostenere che la scuola della Costituzione è una frontiera strategica per la democrazia, un presidio di partecipazione, di collegialità e di sapere critico. È un laboratorio di democrazia e di formazione della cittadinanza attiva e consapevole. Così la vollero i nostri padri costituenti. Così noi oggi dobbiamo vivificarla, secondo una nuova concezione della stessa cittadinanza che si basi sullo ius soli e non sullo ius sanguinis. Ed è per questi motivi che la scuola pubblica va sostenuta, qualificata e non smantellata. Di fronte a questa vera e propria deriva culturale e sociale che degrada la qualità della scuola pubblica italiana, a partire dai suoi livelli di eccellenza – come il tempo pieno della scuola primaria, occorre domandarsi se il disegno strategico dell’attuale Governo sia solo quello delle ragioni economiche e finanziarie, oppure se ci sia un progetto reazionario ben più pericoloso, che va indagato:

1) La scuola torna a essere il luogo della separazione sociale, violando i principi e i valori della nostra Costituzione, svilendo la professionalità dei docenti e licenziando migliaia di precari con 16 anni di lavoro in media alle spalle, il più grande licenziamento di massa che la storia del nostro Paese ricordi.

2) Si parte dalla scuola per ridefinire le gerarchie sociali, stabilendo: a) un percorso formativo per le future classi dirigenti (liceizzazione); b) un altro per le figure tecnico-specialistiche (istituti tecnici); c) un terzo che conduce direttamente al lavoro – addirittura con lo scandalo dell’assolvimento a 15 anni dell’obbligo scolastico nell’apprendistato. Pertanto questa Controriforma non ha nulla di epocale, se non i tagli devastanti. Ripropone, cioè, il modello rigido di tipo gentiliano, cosiddetto “a canne d’organo”, con la classica tripartizione tanto cara a certa imprenditoria, che impedisce ogni elasticità nel passaggio da un canale all’altro, stroncando definitivamente il “Biennio Unitario” e riproponendo la divisione tra il sapere e il saper fare.

3) Secondo i Ministri Tremonti e Gelmini, la scuola deve tornare a essere autoritaria e repressiva, con il solo effetto di aumentare la dispersione e l’abbandono scolastico e cioè penalizzando quegli studenti che hanno un ben preciso retroterra culturale e sociale. “Ma se si perde loro – la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati” (Don Milani). Infine non possiamo non sottolineare, con il massimo della preoccupazione, la pericolosità di un disegno lucido che vorrebbe smantellare “quell’organo costituzionale” di cui ci parlava Calamandrei, ovvero la scuola pubblica, statale. Si vorrebbe, cioè, trasferire a livello nazionale il “Modello Lombardo” dei “Bonus” alle famiglie che mandano i figli alle scuole private (famiglie benestanti fino a 200.000 €), mettendo sullo stesso piano settore pubblico e settore privato, in regime di concorrenza tra loro, come è avvenuto per la sanità lombarda. Insomma “mandando in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle scuole private” (Calamandrei). Pertanto, le Associazioni aderenti al presente APPELLO, pienamente consapevoli del disegno che questo Governo sta portando avanti nella direzione dello smantellamento della scuola pubblica statale, si propongono di dare vita alla più ampia opposizione sociale e culturale unitariamente a tutti quei movimenti, organizzazioni sindacali e forze politiche che vorranno sostenere questa battaglia per il futuro del nostro Paese e della nostra democrazia.

Questo APPELLO lo rivolgiamo anche a tutti i lavoratori della scuola, a tutti gli studenti e ai genitori affinché alta si alzi la voce di chi la scuola contribuisce a farla e a costruirla ogni giorno. Le ragioni per una scuola pubblica di qualità e per uno stato sociale degno di questo nome, le ragioni della buona scuola e di tante buone pratiche, sono di gran lunga superiori alla miseria di chi vorrebbe ridurre questo Paese all’ ignoranza. Noi non ci stiamo. E per questo sosterremo tutte le mobilitazioni di protesta e autoconvocate in difesa dei principi alla base del presente APPELLO, compreso lo sciopero generale del 25 giugno.

IL NOSTRO APPELLO E’ STATO RILANCIATO ANCHE DA RETE SCUOLE. Ecco il link: http://www.retescuole.net/contenuto?id=20100616210135

Primi firmatari dell’appello:

- NonUnoDiMeno-

Per il Gruppo ONG lombarde “Portare il mondo a scuola”: Sofia Borri. Alessandra Botta. Carlo Capello. Gabriela Cattaneo. Silvana Citterio. Christian Elevati. Valeria Emmi. Massimiliano Lepratti. Marina Medi. Chiara Paganuzzi. Giacomo Petitti. Manuela Pursumal. Mariangela Querin. Marilena Salvarezza. Pina Sardella. Cinzia Turla. Patrizia Minella.

e le Associazioni, i Coordinamenti, i Centri Studi e di Ricerca:

- Direttivo dell’ Associazione EducaCi
- CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali)
- ICEI ( Istituto Economico Cooperazione Internazionale )
- AsPem
- CRES (Centro Ricerca Educazione allo Sviluppo)
- Gruppo “Educazione allo Sviluppo” di CoLomba (Cooperazione Lombardia)
- AceA Onlus ( Associazione per i consumi etici e gli stili di vita solidali )
- Intervita Onlus
- Mani Tese·
- Rete Ellis (Educazioni, Letterature e Musiche, Lingue, Scienze storiche e geografiche)
- SIEM (Società Italiana Educazione Musicale) di Milano
- MCE Nazionale (Movimento Cooperazione Educativa)
- CGD Lombardia (Coordinamento Genitori Democratici della Lombardia)
- CMA (Comitato Milanese per l’ Acqua)
- Fondazione Roberto Franceschi Onlus
- Associazione Luca Rossi ( Educazione alla Pace e all’Amicizia fra i Popoli)
- Associazione Culturale GIO’.CO.RE. di Bresso
- Associazione Città Felice ( Impegno al femminile a Catania )
- Assemblea Difesa Scuola Pubblica di Vicenza
- CRIC ( Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione )
- CESES (Centro Europa Scuola Educazione Società)

Per aderire: info@nonunodimeno.net

Aderiscono all’appello:

- Jole Garuti, Direttrice Associazione Saveria Antochia Omicron, Milano
- Giovanna Capelli, Segreteria Rifondazione Comunista
- Amalia Navoni, Il Coordinamento Nord Sud del Mondo, Milano .
- Vincenzo Viola, docente, Milano
- Sandra Cangemi, giornalista, Milano
- Giorgio Riolo, Associazione Culturale Punto Rosso
- Nicola Iannaccone, Arci Ragazzi, Milano
- Anna Miculan, Associazione Adesso Basta
- Giulio Leghissa, Associazione Adesso Basta
- Liliana Leotta, docente e counselor professionale, Milano
- Attilio Paparazzo, Segreteria FLC-CGL
- Gemma De Magistris, docente filosofia Ist. Artemisia Gentileschi, Milano
- Vincenzo Cutolo, ex dirigente scolastico, Presidente Associazione EducaCi, Milano
- Raffaele Di Paolo, ex dirigente scolastico, Milano
- Roberto D’Avolio, RSU Ist. Galileo Galilei, Milano
- Marco Fassino, docente Liceo Carducci, Milano
- Paola Tramezzani, Coordinamento Genitori Democratici Lombardia
- Patrizia Minella, Centro Studi Problemi Internazionali
- Basilio Rizzo, Consigliere Comunale Lista Dario Fo, Milano
- Roberto Biorcio, docente facoltà di Sociologia U. Bicocca, Milano
- Giuseppe Deiana, docente, Presidente Centro Culturale Puecher, Milano
- Giovanna Procacci, docente sociologia Scienze Politiche U. Statale, Milano
- Dina Rimauro, Dipartimento Nazionale Conoscenza PRC, Vicenza
- Barbara Cattaneo, docente scuola infanzia, Milano
- Gianna Baresi, docente Istituto Tecnico Commerciale Abba Ballini, Brescia
- Giancarlo Vitali Ambrogio, giornalista, Consigliere IC8, Bologna
- Maria Luisa Vecchi, docente Liceo Artistico Statale Brera, Milano
- Maria Lenti, scrittrice, Dipartimento della Conoscenza PRC, Urbino
- Sergio Corradi, ex docente, Segreteria circolo PRC, Rho
- Roberto Fogagnoli, docente Liceo Classico/Linguistico Zanella, Schio
- Vito Meloni, Responsabile Nazionale Scuola PRC
- Paolo Magliani, giornalista, La Spezia
- Claudia Rancati, docente, Responsabile dip.scuola PRC, Vicenza
- Orazio Sturniolo, docente Liceo Scientifico Copernico, RSU, Bologna
- Maria Cristina Visioli, Bologna
- Beppe Nicollini, docente scuola superiore secondo grado, Roma
- Viviana Codemo, docente Ist. Classico/Scientifico Virgilio, Milano
- Pinuccia Silicati, Bovisa Teatro, Milano
- Cesare Ungaro, Bovisa Teatro, Milano
- Cristina Agosti, docente Istituto Tecnico Commerciale, Bollate
- Piergiorgio Bergonzi, Responsabile Nazionale Scuola PdCI
- Teresa Gangemi, docente Liceo Scientifico, Olgiate Comasco
- Roberto Fogagnoli, docente, Vicenza
- Gianrica Filippi, docente scuola infanzia, Seriate
- Ivana Filippi, docente scuola infanzia, Segrate
- Sergio Colombo, docente Istituto Tecnico Statale Cannizzaro, Rho
- Giancarlo Broglia, Consigliere Comunale PRC, Paullo
- Maria Luisa Masi, ex docente Centri Formazione Professionali, Bareggio
- Lorenzo Foti, ufficio stampa MediaSofos, Milano
- Nadia Mazzer, docente scuola superiore, Udine
- Adria Renteria Diaz, docente Università degli Studi dell’Insubria, Como
- Valentina Linda, pensionata, Milano
- Simone Oggionni, Portavoce Nazionale Giovani Comuniste/i, Roma
- Enrichetta Valenti, docente economia e diritto Itsos Albe Steiner, Milano
- Stefano Panigada, docente, Milano
- Anna Paola Salierno, docente, Milano
- Maria Beatrice Vatteroni, docente I.I.S. Montale, Cinisello Balsamo
- Mina Santoro, docente, Bari
- Francesca Galati, FISAC CGIL Milano e Lombardia, Milano
- Paolo Molteni, Assessore alla Pubblica Istruzione Comune di Carugate
- Monica Vigetti, docente scienze motorie scuola media, Milano
- Marta Pivetta, docente scuola secondaria di primo grado, Garbagnate
- Antonietta Mealli, docente Geografia Economica scuole superiori, Milano
- Francesca Cazzaniga, Acea onlus, Milano
- Tonia Guerra, Segretaria Regionale PRC Regione Puglia, Bari
- Alfredo Somoza, Presidente ICEI, Milano
- Sandro Angelotti, docente, Milano
- Elena Introzzi, Referente della Commissione Didattica ANISA ( Associazione Nazionale Insegnanti Storia dell’Arte ) Sez. Provincia Milano
- Milena Mottalini, docente associata AGI, Milano
- Carola Gerli, docente Ist. Artemisia Gentileschi, Milano
- Annalysa Di Lernia, docente lettere Liceo Scientifico Tecnologico Cartesio, Cinisello Balsamo
- Antonella Pilotto, docente scuola primaria, Milano
- Aldo Micotti, docente, Milano
- Emiliano Turazzi, docente, Milano
- Giorgio Sacchetto, docente scuola secondaria, Padova
- Davide Dalpane, docente, S.Lazzaro di Savena
- Francesca Dalpane, docente, S.Lazzaro di Savena
- Rosalba Altavilla, docente, Milano
- Gabriella Elli, docente, Milano
- Anna Grasselli Diena, docente, Milano
- Roberto Acerboni, Consigliere zona 6, Milano
- Giuliana Maria Ronchi, docente inglese Liceo Scientifico Calvino, Rozzano
- Enrichetta Torretta, docente Liceo Classico Carducci, Milano
- Susi Bosani, Assessore Istruzione e Politiche Sociali Comune Pregnana Milanese
- Gabriella Casa, docente Ist.Professionale Statale G.B. Garbin, Schio
- Adele Rossi, Associazione Luca Rossi, Milano
- Annamaria Marzari, docente, Milano
- Paola Frau, docente, Cagliari
- Simona Cortonicchi, docente scuola infanzia, Vicenza
- Andrea Salvoni, studente universitario, Pisa
- Eugenio Marino, docente, Inveruno
- Bruno Capuana, regista fil maker, Milano
- Marina Franchino, docente Università Bocconi, Milano
- Irene Campari, Segreteria Circolo Pasolini, Pavia
- Roberto Escobar, Professore ordinario di Filosofia politica, Università Statale, Milano
- Maria Paola Belloni, docente scuola superiore, Gorgonzola
- Domenico De Marco, docente Liceo Vittorini, Milano
- Carmine D’Andrea, docente, Milano
- Erica Rodari, Comitato Milanese Acquapubblica, Milano
- Claudio Di Pietro, docente ITCS Schiapparelli – Gramsci, Milano
- Marina Caretto, docente scuola superiore, Como
- Rosa Anna Nicodemi, ex docente, Milano
- Maurizio Grandi, docente Politecnico di Milano, Milano
- Claudio Stellari, educatore professionale, Lainate
- Lara Giannini, Responsabile della sezione di Genitori si Diventa, Ancona
- Teresa Gangemi, docente, Liceo scientifico Terragni, Olgiate Comasco
- Francesca Baccolini, docente, Loiano
- Anna La Torre, genitore, Segrate
- Paolo Zovetti, delegato FLC CGL, Cesate
- Renata Conti, Collettivo Donne Rho, Rho
- Stefania Campo, docente Istituto Industriale Statale, Rozzano
- Giulia Savarè, docente, Milano
- Diletta Zabaglio, docente Istituto Industriale Statale Varalli, Milano
- Gabriella Ciniselli, docente Liceo Artistico Statale Boccioni, Milano
- Danila Baldo, docente ISS Maffeo Vegio, Lodi
- Paola Trivella, docente, Macerata
- Luisella Silva, docente Ist. Artemisia Gentileschi, Milano
- Raffaella Guido, docente Giovanni XIII – Allende, Senago
- Miriam De Vero, docente, Roma
- Giorgio Giovannetti, docente, Milano
- Gabriella Benedetti, docente, Milano
- Giacomo Paiano, docente, Milano
- Maria Grazia Baiocco, docente Liceo Classico, Cinvitanova Marche
- Rolando Mastrodonato, Presidente Associazione Vivi e Progetta un’altra Milano, Milano
- Ida Finzi, psicologa, Milano
- Maria Grazia Gualazzini, docente Istituto Industriale Statale, Rozzano
- Antonietta Scotto, docente ITSOS Marie Curie, Cernusco sul Naviglio
- Maria Aita, docente Liceo Cardano, Milano
- Leonardo Di Nello, docente scuola secondaria di primo grado, Milano
- Susanna Abbati, docente Matematica scuola secondaria di primo grado Rodari, Baranzate
- Lorenzo Aristico, docente Arte e Immagine scuola media, Como
- Cristina Zaltieri, docente di Filosofia, Milano
- Roberto Taioli, docente Liceo Artistico Statale Brera, Milano
- Antonia Pagano, docente CTP, Sesto San Giovanni
- Patrizia Govoni, docente, Cento
- Franca Gusmini, docente, Milano
- Giovanni Belletti, docente, Milano
- Alessandra Cattaneo, docente IT.Ag. Noverasco di Opera, Milano
- Romeo Cerri, docente e responsabile di www.brianzapopolare.it, Seregno
- Giuseppe Minotti, docente e Consigliere Comunale, Seregno
- Laura Cantelmo, docente, Milano
- Chiara Ruscio, docente precaria scuola primaria, Milano
- Barbara Cestari, docente scuola primaria, Monza
- Angela Giglio, docente, Milano
- Teresa Marinello, docente Liceo Artistico Statale di Brera, Milano
- Carmela La Salandra, docente, Bresso
- Laura Tiso, docente, Lainate
- Stefania Zampiga, docente, Prato
- Antonella Meiani, docente, Milano
- Sebastiano Lo Giudice, docente Ist.Industriale Statale G.Galilei, Milano
- Isabella Tenti, Milano
- Maria Luisa Botta, psicologa, Milano
- Vincenzo Pezzino, medico universitario, Catania
- Silvia Juliani, docente Liceo Scientifico Copernico, Prato
- Brunella Trotti, docente di tedesco al Liceo G.Pascoli, Firenze
- Linda Tagliabue, docente scuola superiore, Cesano Maderno
- Pina La Villa, docente e responsabile di www.girodivite.it, Catania
- Maria Camilla Glorioso, docente Istituto Industriale Statale, Rozzano
- Mirella Clausi, Associazione Città Felice, Catania
- Luigi Carosso, docente scuola media Milano
- Inge Rasmussen Nicolis, sezione ANPI, Pratocentenaro
- Rita Parozzi, Assessora ai servizi sociali, accoglienza e pace, Bresso
- Anna Baccaglini, Loiano
- Gino Maurello , docente Istituto Artemisia Gentileschi, Milano
- Stefania Trevisin. docente elementare tempo pieno, Mogliano Veneto
- Angela Usai, docente lingue straniere, Milano
- Giancarlo Broglia, Consigliere Comunale, Paullo
- Daniela Mazzilli, docente scuola primaria, Milano
- Maria Giordano, docente scuola superiore di secondo grado, Milano
- Nello Patta, Segretario provinciale PRC, Milano
- Linda Tagliabue, docente scuola superiore, Cesano Maderno
- Donatella Breschi, docente di inglese secondaria secondo grado, Milano
- Gabriele Di Tonno, docente Istituto Comprensivo Statale Buzzati, Milano
- Fedora Raveggi, Milano
- Elena Muscarella, Centro Regionale Intervento Cooperazione, Milano
- Laura Gibertini, Milano
- Ciro Ferro, Presidente Comitato dei Genitori, Vicchio
- Susi Rovai, Milano
- Giuseppe Occhino, Pioltello
- Luigi Santese, Pioltello
- Bertilla Dal Lago, docente scuola primaria, Vicenza
- Loredana Fraleone, Segretaria Regionale PRC Lazio, Roma
- Francesca Piemonte, Milano
- Mirella Gangemi, docente Liceo Artistico di Brera, Milano
- Pierino Rossini, Pioltello
- Christine Reinhold, Teatro Primo Studio, Milano
- Elena Cianci, docente, Milano
- Giovanni Polliani, Presidente CESES, Milano
- Raffaella Tinelli Carera, docente Liceo Scientifico Calvino, Rozzano
- Stefano Rota, Tecnico informatico, Milano
- Lisa Benni, Loiano

L’invettiva (che avremmo voluto scrivere noi) di Sergio Bologna

// giugno 27th, 2010 // No Comments » // lavori&precarietà, uscire dalla politica

Apparsa sulla rivista online Nazione indiana e …poi chiarita in modo puntuale.  Ne condividiamo lo spirito e i contenuti.

Grêveries di Sergio Bologna

Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).

Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!
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Nota di effeffe

Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?

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La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale. Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose. Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”. L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale. Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione. E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.

Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza). Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato). Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza.

Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro. E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15. Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni). E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario). E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?). E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione. L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese. La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina. Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note. Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated? Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?

Sergio Bologna

Ancora su Pomigliano. Guido Viale si difende dalle critiche.

// giugno 24th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

FIAT.  L’abbaglio ideologico  …di Guido Viale

Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un’intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l’occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull’ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive. Per Stefano Cingolani: «in certe assemblee gauchiste c’era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l’assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell’imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l’economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l’ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E’ quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.

Scrive Ernest Ferrari: «D’accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce la Fiat «dall’interno»: «Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti». E aggiunge: «Magari tra non molto Marchionne chiederà altri sacrifici, perché il mercato non tira. Marchionne l’ha fatto capire più di una volta». Poi precisa: «ho paura che stia tornando la moda dei volumi (di vendite)piuttosto che dei talenti…anche alla Volkswagen hanno sposato la teoria dei volumi; ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi». «Insomma, c’è aria di bluff?» chiede l’intervistatore. E lui risponde: «Marchionne fa quel che può».

Anche Cingolani si chiede: «Chi può garantire che le auto non restino sui piazzali? E quanto costeranno i modelli sfornati dalle catene di montaggio?» Domande senza risposta. Cingolani le affronta con un suo personale «piano B»; questo sì, datato agli anni ’70: quando i cosiddetti paesi emergenti adottavano le tecnologie abbandonate dai paesi più industrializzati, e questi passavano a produzioni a più alto valore aggiunto (Era la teoria di Hirschmann delle “anatre volanti”, che si alzano in volo in ordine, una dietro l’altra). Ma oggi Cina, India e Brasile hanno, sì, costi del lavoro e ambientali più bassi; ma anche livelli tecnologici paragonabili ai nostri e capacità di ricerca e sviluppo superiori (anche perché da noi scuola e ricerca sono state gettate alle ortiche). Inoltre, senza impianti di assemblaggio a portata di mano, l’innovazione tecnologica e organizzativa non ha verifiche. Quindi, perché il distretto automobilistico torinese possa mantenere i suoi atout in campo motoristico e dello styling, una parte del montaggio dovrà comunque restare in Italia. Ma non è detto che tocchi a Pomigliano. Nell’assemblaggio, più che altrove, a contare sono i costi. Lo conferma Michele Magno: «La sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi». L’unico a non nutrire dubbi sul piano Marchionne è Francesco Forte. E sapete perché? Perché «il piano è stato valutato positivamente dalle banche e dalla borsa»: due istituzioni che hanno raggiunto la credibilità più bassa della loro storia.

Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all’anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un’industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l’aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l’unico vero problema è l’abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?
Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all’assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno.

Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele.
Nel 1968 la Fiat pensò di inquadrare con una disciplina di ferro 15mila nuovi assunti, messi al lavoro a Mirafiori tutti d’un colpo, senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo fuori della fabbrica: nel tessuto urbano di una città che tra l’altro era “sua”, ma dove per i nuovi assunti non c’era nemmeno un posto per dormire. Ne nacque una lotta che ha sconvolto gli stabilimenti del gruppo per i successivi dodici anni. Adesso si pretende di mettere in riga, con un accordo sui turni e i ritmi di lavoro e con i limiti posti al diritto di scioperare e ammalarsi, uno stabilimento industriale i cui problemi nascono soprattutto dal degrado del tessuto sociale circostante. Non dice niente, per esempio, il fatto che a presidiare il gazebo installato a sostegno dell’accordo ci fosse il sottosegretario Cosentino, incriminato per camorra, ma “immunizzato” dal Pdl?

Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la “rieducazione” degli operai di Pomigliano – per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l’establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro – è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell’attività lavorativa, l’invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.

Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l’esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze – magari provocando anche una rivolta tra la popolazione – cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l’esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà la Fiom. Se non sarà la Fiom sarà l’iniziativa di base; o il “disordine” del territorio; o i contenziosi in tribunale; o un ricorso alla Corte Costituzionale. O, più semplicemente, il prossimo aggiornamento sulla situazione dei mercati. Intanto, a segnare un punto, è stata la politica antioperaia di tutto il governo.

Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E’ indubbio – scrive Michele Magno – che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative…continua a pulsare qui».
Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall’oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E’ in gioco – continua Magno – il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D’accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?

Per verificare se è vero che l’azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un’alternativa del genere non c’è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l’adozione di un’alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.

Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano – e sperano – che si possa fare invece trasferendo la Panda a Pomigliano. Perché una conversione produttiva di quella portata e con quelle finalità è proprio l’opposto di quell’idea “larvatamente autoritaria” di chi dice «Farò io il vostro bene» pensando di poter «pianificare le svolte dello sviluppo», come sostiene Bruno Manghi sul Foglio e Riotta ripete sul suo giornale.

Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c’erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.

il manifesto, 23/6/2010

L’analisi del protocollo Fiat di Pomigliano.

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

Analisi del protocollo Fiat

Ritorno a «Tempi moderni» Corpo e anima dell’operaio in mano al padrone

Antonio Di Stasi*

 

Cogliere il senso dell’operazione che la Fiat vuole imporre ai lavoratori di Somigliano d’Arco con la richiesta ai sindacati di firmare un «inedito» contratto aziendale, significa rappresentarsi l’applicazione delle regole «sulla proprietà» alla «persona» del lavoratore, che diverrebbe un «oggetto» completamente subordinato a interessi e voleri dell’impresa; attraverso, innanzitutto, la negazione di una propria autonoma gestione del tempo fuori dal lavoro.

Il primo tratto della proposta di accordo sindacale consiste nella circostanza che i tempi di lavoro li si vorrebbero scanditi unilateralmente a prescindere dalle elementari esigenze di organizzazione di vita personale e familiare. La riduzione degli spazi di libertà, in particolare, avverrebbe attraverso la previsione della «turnazione articolata a 18 turni settimanali», il che significa che la conquista del sabato libero sarebbe di fatto persa e che diverrebbe precario anche il riposo domenicale pieno.
La storica conquista del lavoro su 5 giorni sembrerebbe compensata dall’affascinante possibilità di lavorare, a settimane alterne, su quattro giorni, così da poter disporre di week-end più lunghi.

Senonché, solo per tre volte ogni due mesi i giorni di riposo aggiuntivi alla domenica potrebbero essere goduti di venerdì e sabato o di lunedì e martedì. Ma quel che rende completamente precario l’impianto, e fa presagire ben altre prospettive, tanto da determinare l’espropriazione al lavoratore anche della gestione del tempo liberato dal lavoro, è la possibilità per l’azienda di imporre il lavoro straordinario per 80 ore annue pro capite che, aggiunte alle 40 previste dal Contratto nazionale, portano a un monte di 120 ore. Considerato che esse sono «da effettuarsi a turni interi», risulterebbe di molto ridotta la possibilità di usufruire di 3 week-end ogni due mesi, potendo la Fiat chiedere ogni anno altri 15 giorni di lavoro a turno intero «senza preventivo accordo sindacale». Se a ciò si aggiunge la previsione sui «recuperi di produttività» esigibili anche «nei giorni di riposo individuale, in deroga a quanto previsto dal Contratto nazionale», si capisce il senso vero dell’operazione aziendale. L’introduzione dell’articolazione su 18 turni non comporterebbe, infine, solamente un massiccio svolgimento di prestazioni notturne, ma anche la deroga alla legge n. 66 del 2003.

A queste condizioni, che renderebbero la vita liberata (sempre meno) dal lavoro non programmabile da parte del lavoratore e della sua famiglia, va aggiunta l’ulteriore previsione di una riduzione della pausa. Con l’applicazione del sistema «Ergo VAS» il lavoratore subirebbe una decurtazione netta del tempo di pausa in quanto, anziché usufruire di due riposi da venti minuti, usufruirebbe di tre riposi da dieci minuti; il che, unito al vincolo della «fruizione collettiva», impedirebbe di fatto al lavoratore di allontanarsi dalla postazione e avere così la pur minima possibilità di rifocillarsi in locali diversi da quelli ove è posta la linea o postazione di lavoro.

Oltre alla precarizzazione del tempo di vita – nei desiderata Fiat – si avrebbe la precarizzazione della dignità lavorativa, sotto il profilo sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori del mantenimento della professionalità acquisita, con ampliamento extra legem, della possibilità di modificarla in senso peggiorativo. L’operazione va sotto il nome di «rapporto diretti-indiretti» e prevede la riassegnazione della mansione a prescindere dalle professionalità maturate ex art. 4 comma 11 l. 223/91. Di più, non ritenendosi tale spazio discrezionale sufficiente, è anche prevista l’ulteriore incipiente possibilità di «successiva assegnazione ad altre postazioni di lavoro».
Vi è, infine, un’inquietante ultima parte, che svela come l’operazione predisposta dalla Fiat, non sia dettata da esigenze organizzative, ma miri a possedere oltre al «corpo» del lavoratore anche la sua «anima», aumentando la sua totale subordinazione ai voleri aziendali. Ci si riferisce, soprattutto, al pacchetto di sanzioni, disciplinari, economiche e normative contenute sotto la voce «clausole di responsabilità».

Il livello di attacco va in una triplice direzione: verso le organizzazioni sindacali, verso la Rsu e soprattutto verso i semplici lavoratori con l’esplicita finalità di blindare «l’esercizio dei poteri riconosciuti all’azienda dall’Accordo».

Si vorrebbe rendere il singolo lavoratore più debole esponendolo maggiormente dal punto di vista disciplinare e terrorizzandolo con l’ampliamento delle causali di licenziamento, oltre ad indebolirlo sul profilo della tutela sindacale (prevedendo tagli o azzeramenti ai diritti per l’esercizio dell’attività sindacale).
In particolare, contro i lavoratori si stabilirebbe la possibilità di introdurre ulteriori fattispecie sanzionabili disciplinarmente, prevedendo esplicitamente che la violazione delle regole introdotte con l’accordo, anche solo di una di esse, comporta il «licenziamento per mancanze».

Tale ultima parte, di cui risultano evidenti, anche a chi non è un esperto giurista i profili di nullità ed illegittimità, sotto un profilo più complessivo è di una gravità inaudita perché vuole legare, meglio sarebbe dire negare, ogni possibilità futura di intervenire su aspetti che incidono sulla vita e dignità dei lavoratori, sui tempi di lavoro come sulla professionalità, come su voci normative, economiche e retributive.

L’accordo spingerebbe, inoltre, in maniera fortissima verso la divisione dei lavoratori con negazione di qualsiasi spazio collettivo per modificare o migliorare le condizioni di lavoro e la individualizzazione spinta delle relazioni che renderebbe il lavoratore più debole e precario.

La gravità della richiesta fa il paio con la grossolanità delle ipotesi giuridiche prospettate in quanto semplifica questioni ineludibili, come quelle sull’efficacia del contratto aziendale verso tutti i lavoratori, anche dissenzienti rispetto a condizioni peggiorative; sul rapporto tra contratti collettivi di diverso livello, vieppiù se non sottoscritti da tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale di lavoro; sulla possibilità dell’autonomia collettiva di introdurre deroghe in peius a diritti previsti dalle legge; sulla negazione di forme di opposizione o di lotta, sottintendendo pure la riduzione del diritto di sciopero, anche se indetto per modificare le condizioni contenute nell’accordo stesso.   

*Università di Ancona, www.dirittisocialiecittadinanza.org

il manifesto, 20/6/2010

Ancora su Pomigliano. Un codice antioperaio, di Fausto Bertinotti

// giugno 22nd, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio

Forse c’è un dna anche nelle aziende, una sorta di codice genetico che le spinge ad essere quello che sono state. Se fosse così, quello della Fiat sarebbe il dna più organicamente repressivo e autoritario, un codice decisamente antioperaio. Un codice così strutturato che solo una straordinaria mobilitazione dei lavoratori, come è stato negli anni Settanta, e una straordinaria produzione culturale e politica delle loro organizzazioni possono piegare. Pomigliano è l’orribile assolutizzazione del suo codice autoritario di governo della produzione. Negli anni Cinquanta, la Fiat lo perseguì con un sistema di spionaggio sugli operai attraverso le loro schedature (a proposito di privacy), con il reparto-confino e i licenziamenti politici degli iscritti alla Fiom (una vera ossessione per la Fiat il dover avere a che fare con un sindacato dei lavoratori autonomo dall’azienda).
Nel passaggio cruciale dell’80 la Fiat affrontò la ristrutturazione internazionale dell’auto con uno scontro frontale con i sindacati, per mutare la composizione sociale del lavoro, per abbattere il potere di contrattazione in azienda e guadagnare mano libera nel governo dell’impresa. Nei passaggi cruciali la Fiat sceglie una filosofia regressiva dello stesso taylorismo: la fabbrica come universo concentrazionario, un luogo senza democrazia, senza libertà, senza dignità. Il mezzo è coerente con il fine. Questa volta per Pomigliano è ricorsa a un ricatto violento: o mangi questa minestra, quella che io ti preparo, o ti butto dalla finestra. L’onda d’urto è potente; tutto l’ordinamento democratico delle relazioni sociali viene travolto.

Non si salva niente, né la contrattazione aziendale, né il contratto nazionale, né il diritto di sciopero, né la Costituzione. Alcuni giuslavoristi hanno giustamente messo in rilievo lo strappo, a questo proposito, rispetto al diritto di sciopero. Ma c’è una cosa che, più profondamente, colpisce l’intera costruzione costituzionale. Nella Costituzione il lavoro è il fondamento della Repubblica e di una precisa concezione della democrazia, quella per cui deve tendere all’eguaglianza per essere tale. A Pomigliano, al contrario, per avere il lavoro devi rinunciare alla democrazia. Si capisce così il rapporto stringente tra l’attacco della Fiat, per il radicale cambiamento dei rapporti sociali in fabbrica, e la scelta del governo di mettere in discussione la Costituzione assolutizzando la libertà d’impresa per colpire l’intero rapporto sociale.

Pomigliano non è un caso, è un indicatore di tendenza: un segnalatore dell’incendio che sta bruciando i diritti sociali. Perciò è scandaloso che chi denuncia, giustamente, il bavaglio sui diritti di informazione non si affianchi alla Fiom nel denunciare lo strame di diritto quando questo tocca la vita dei lavoratori. Se poi è il sindacato a farlo, allora è puro suicidio. Né può convincere l’atteggiamento di chi, pur onestamente e lucidamente, vede e denuncia l’aggravamento drammatico imposto alla condizione di lavoro e l’abbattimento dei diritti dei lavoratori per poi sostenere però l’impossibilità di sottrarsi al ricatto.

Tener fuori il sindacato dalla corresponsabilità di questa svolta regressiva della civiltà del lavoro, qualsivoglia cosa oggi possano fare i lavoratori ricattati, è essenziale per il loro domani.
Su queste colonne, sono stati individuati, con molta precisione, gli elementi intollerabili di questo diktat che solo un’ipocrisia può definire accordo. C’è però una questione generale su cui bisognerebbe riuscire a investire l’opinione democratica. Quel che la Fiat vuol realizzare è un preciso modello di produzione e di lavoro, un modello che potremmo definire iper-taylorista. In esso non c’è posto per il sindacato perché non c’è posto per la soggettività operaia. Il lavoratore è concepito come un’entità sospesa tra lo scimmione ammaestrato e il robot. I tempi, i modi di lavorazione, l’organizzazione del lavoro sono stabiliti fuori dal controllo del lavoratore, fuori dal suo sapere, dalla sua conoscenza, dalla sua esperienza. Che queste potessero contare è ciò che è stato alla base del famoso «la salute non si vende».

Domani, a Pomigliano, la salute dei lavoratori non si compera neppure più. Se la Fiat deve competere, nelle forme che lei decide, che ci sia o no la salute dei lavoratori conta poco, anzi nulla. E, in effetti, non ci sarà, perché quel lavoro sarà causa diretta di malattia. La Fiat non impara neppure dal dibattito che in Europa si è aperto sui troppi suicidi nei luoghi di lavoro. Le fa scudo la sua pessima tradizione, quella che, con Valletta, divideva i lavoratori in «costruttori e distruttori», per poter licenziare, senza particolari complessi di colpa, questi ultimi. Usando lo stato di necessità, la paura, il ricatto la Fiat pensa di governare mettendo lavoratori contro lavoratori. Ieri fu drammaticamente così nella marcia dei 40mila oggi, farsescamente, trent’anni dopo, ci riprova a Pomigliano. Sempre organizzando le marce con i suoi quadri (quanto odio semina questa Fiat!).

Ma di cosa ha paura la Fiat? Essa ha con sé il governo, un gigantesco apparato di comunicazione pubblica e privata, le organizzazioni padronali e parti significative dei sindacati. Ha contro solo la Fiom, neanche la Cgil. Di che cosa ha paura? Eppure, ha ragione di avere paura.

A proposito di Pomigliano…: c’è una alternativa a Marchionne!

// giugno 17th, 2010 // No Comments » // globalizzazione, lavori&precarietà, movimenti&reti&territorio, uscire dalla politica

Ciò che sta accadendo a Pomigliano d’Arco è drammatico. 

Nei fatti la Fiat anticipa e accelera i processi che la politica ha da anni messo in gioco: l’impresa come riferimento centrale e depositaria delle regole della democrazia, dell’organizzazione della società, della misura del tempo individuale.          

La Fiat promette la salvezza di Pomigliano e investimenti in Italia, anche se non può farlo: la crisi dell’auto è mondiale e generalizzata; solo una produzione a basso costo (riduzione dei costi del lavoro e  aumento della produttività) può permettere a questa industria di sopravvivere in questa fase di crisi, la soluzione Pomigliano è quella adatta per una azione di breve periodo: pochi anni per una produzione a costi bassissimi e ad alta produttività poi… si chiuderà, come accadrà ad altri stabilimenti in tutto il mondo e per tutte le case automobilistiche!

Ciò avviene in Italia nella fase più critica: crisi finanziaria e economica, aumento della  disoccupazione e quindi ricattabilità dei lavoratori.   Per salvare il posto di lavoro i lavoratori sono indotti a sacrificare i diritti acquisiti, minando la qualità del lavoro, ma anche le libertà individuali,  mettendo in pericolo la qualità della vita personale di ognuno: si mettono in discussione i tempi di lavoro, fuori dai contratti nazionali; il diritto di sciopero e il diritto di avere pagati i primi giorni di malattia.

Così riformismo e neliberismo si sposano nell’impresa e per l’impresa, che diventa il luogo della sintesi.     Liberalizzazioni e privatizzazioni sono gli strumenti con i quali la cultura d’impresa   sta determinando le regole della società, …ricondurre l’impresa a luogo del controllo  della vita dei lavoratori significa completare quel processo.    Si completa così il disegno neoliberista che vede coinvolti schieramenti trasversali, quelli che vedono il capitalismo come il miglior mondo possibile.

In questa difficile fase qualsiasi appello sembra superfluo, ma l’azione di controinformazione e di diffusione del pensiero critico è fondamentale per dare forza alle lotte dei lavoratori che potranno ostacolare, sabotare, fermare questo disegno, che mina non solo i diritti ma la qualità della vita delle persone.

 

Guido Viale in questo articolo ci da qualche strumento per capire e apre delle prospettive praticabili.

Ma l’alternativa a Marchionne c’è

Guido Viale

Non c’è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell’ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell’industria dai piedi d’argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell’impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall’art. 41 della Costituzione italiana.

A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall’autorità sulla concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato l’amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale, ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!) del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.

Una organizzazione del lavoro che sostituisce l’esattezza cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina», perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma non c’è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive. L’alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell’Alfasud – il «piano B» di Marchionne – e di altri diecimila lavoratori dell’indotto, in un territorio in cui l’unica vera alternativa al lavoro che non c’è è l’affiliazione alla camorra.

Per anni, a ripeterci «non c’è alternativa» sono stati banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti paragovernativi, professori universitari e soprattutto bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero unico: votate pure, tanto non c’è niente da scegliere.

Effettivamente, al piano Marchionne non c’è alternativa. Nessuno ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la crisi dell’auto l’aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era chiaro da anni che prima o poi – più prima che poi – la campana sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per Pomigliano.

Ma a che cosa non c’è alternativa? Al «piano A» di Marchionne. Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler producano – e vendano – sei milioni di auto all’anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.
Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all’«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all’anno. Come dire: «il piano A» non si farà mai.

Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l’entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l’ultimo punto, che era la vera posta in palio, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all’anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un’autentica follia.

Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà. L’alternativa in realtà c’è, ed è il «piano B». Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l’impianto – cosa tutt’altro che scontata – a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come si era previsto
Hai voglia! Il mercato europeo dell’auto è in irreversibile contrazione; l’auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano», per ora, solo i paesi emergenti – fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch’essi – ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si producono qui: né in Italia né in Polonia.

Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è ora di dimostrare che non è vero che non c’è alternativa. L’alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo – e dei nostri consumi – a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l’automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all’edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro – e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate – mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l’inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall’efficienza nell’uso dell’energia. L’industria meccanica – come quella degli armamenti – può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare – densificando l’abitato – dalle fondamenta.

Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l’Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l’aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un’industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!

Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né – eventualmente – uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all’età della pietra. La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell’attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.

Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l’attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.

Certo, all’inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l’organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?

il manifesto, 16/6/2010

Una discussione di genere sul lavoro…

// giugno 15th, 2010 // No Comments » // generi, lavori&precarietà

L’altra metà del lavoro. Domande in attesa di risposte.

Rossana Rossanda

Il «Manifesto per il lavoro» della Libreria delle donne di Milano considera la flessibilità un’occasione per conciliare maternità e lavoro. Ma rimuove i bassi salari delle migranti nel lavoro domestico, la cancellazione dello stato sociale e la differenza salariale tra uomini e donne

Immagina che il lavoro («Sottosopra», ottobre 2009; ne ha già scritto sul manifesto Laura Pennacchi) è la proposta d’un gruppo della Libreria delle Donne di Milano, sulla quale è impegnata Lia Cigarini. Conosco Lia da una vita, vivevamo vicine, fra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, lei più giovane, in una Milano dove le donne entravano in massa nel lavoro. In verità, entrare nel lavoro voleva dire diventare salariate, perché lavorare, avevano lavorato sempre. Nella cascina, che non era né casa né fabbrica, o nel podere in Veneto, a pieno tempo su terra altrui, mezzadre in Toscana e in Emilia, o braccianti stagionali, o nell’acqua delle risiere fino alle ginocchia come le favoleggiate mondine. Sempre, oltre che in casa, in qualche lembo delle produzione agricola o dei servizi. Quando entrarono in fabbrica diventarono operaie, si incontravano nei tram molto mattutini o serali, assonnate, vestite di furia, la permanente ferrea, o appoggiate al sole fuori dell’Alfa nell’intervallo della mensa. Uscivano di casa prestissimo, rifatti i letti e avviata la minestra, correvano al lavoro, risalivano le scale la sera dopo frettolosi acquisti a preparare la cena. Dopo cena lavavano e stiravano, la domenica mattina lustravano. In busta paga avevano di regola meno degli uomini, oltre che inquadrate ai livelli inferiori.

Maternità? Ogni tanto una era contenta. Ogni tanto un’altra correva di nascosto a un certo indirizzo e ne usciva verde in faccia e col ventre sanguinante. Altre sprofondavano in maternità faticose, tirando la vita con i denti e facendo qualche servizio. Tutte leggevano avidamente le dolci idiozie dei romanzi a fumetti.
Donne al lavoro

La composizione della forza di lavoro cambiò in quegli anni. In fabbrica e negli uffici le donne erano molte di più – anche se meno che in Francia e in Germania. Un terzo della manodopera teneva otto ore un piede in azienda, almeno due in tram, altre sei in famiglia fra spesa, pulizie, cibo e figli, scordando ogni riposo, per non dire la politica e il sindacato. Meno di venti anni dopo le stesse sarebbero scese per strada a manifestare per il divorzio e l’aborto, oblique libertà. Ma non esitarono. Un diritto avrebbe da esser bello e l’aborto non lo era. Era un desiderio? Malinconico ma desiderio? Malinconica ma libertà? Era delitto per un medico su due, per un uomo e mezzo su due, nessun delitto ma tuo rischio per la mammana, zona di rabbiosi silenzi per le famiglie.

Donne era difficile. Sono certa soltanto di questo.

Sono passati quaranta o cinquanta anni e sempre più donne sono al lavoro, in azienda, nel pubblico e in certe professioni, insegnanti, medici, avvocate. Operaie, impiegate, consulenti, imprenditrici. Sono ancora in numero minore (almeno in chiaro) che in Francia e in Germania. Ancora un poco più istruite dei maschi, ma pagate il venti per cento di meno per le stesse mansioni. Ancora ritardate nella carriera in caso di maternità. Quelle che possono si fanno aiutare in casa con i bambini da altre donne; specie migranti che possono pagare poco e stentano a mettere in regola, per cui la concorrenza ai minimi è sfrenata.

Il migrante è nell’edilizia, la migrante è nel lavoro domestico. Tutti e due, i migranti, ricattati nell’eterno precariato dei servizi e delle false cooperative di pulizie. Ma se questi sono a livello zero, a tutti i livelli – dal call center all’università, dal tour operator alla consulenza economica – tende diventare precario tutto l’impiego delle donne. Non sanno se in capo qualche settimana o mese il contratto sarà rinnovato. E non metteranno mai insieme i quaranta anni di contributi per la pensione.
Madri flessibili

Scrivono ora Lia e le donne di via Dogana: ma è una disgrazia? Non saremmo più felici se ci facessimo guidare dal desiderio invece che dalle passate ideologie, che ci hanno stretto al lavoro fisso e a tempo pieno, strozzando il nostro bisogno di stare con i figli? D’altra parte il desiderio ci suggerisce di essere madri, ma anche di accedere a quella ricchezza di rapporti che il lavoro domestico riduce. Lavoro è fatica ma anche socialità, a volte perfino una soddisfazione. Non solo sfruttamento. Diciamo dunque due volte sì, alla maternità e al lavoro.

Però, per essere vivibile il «doppio sì» non può comportare sedici ore di lavoro al giorno, otto pagate in azienda, due nei trasporti e sei in famiglia non pagate: si crepa di fatica. Guardiamo con occhio benevolo al tempo parziale, al contratto flessibile e atipico che l’impresa ci offre più facilmente. Riduciamo il tempo del lavoro esterno, facciamo quattro più due più quattro, o flessibilizziamolo, calcolandolo non a tempo (che troveremo nei pertugi) ma a risultato. Insomma mamma e impresa si possono incontrare, l’impresa gradisce avere una lavoratrice, come si diceva una volta dell’auto, just in time, e la mamma ha bisogno di essere più libera. Così il lavoro si femminilizza, aggiunge qualche amico entusiasta: le donne sono sempre di più, per meno tempo, più flessibili, non hanno la fissa della lotta di classe, della rigidità delle norme e dei diritti, d’un impiego pieno per la vita e con pensione successiva. Nel loro tempo, breve e articolato, portano le loro assai tradizionali qualità, precisione, cura, fluidità, scarsa conflittualità.

Bel quadro ma non convincente. Sono i tempi e i conti che non tornano. Per realizzaare felicemente il doppio sì occorrerebbero due condizioni; che il servizio pubblico garantisse una struttura professionale semigratuita per accudire la casa e i bambini mentre lei lavora, e che l’impresa pagasse la lavoratrice almeno come un uomo, dovendo provvedere a una piccola creatura. Se non ci sono queste due condizioni, come è stato in alcuni paesi scandinavi, il mezzo tempo non basta per vivere e tanto meno per pagare l’altra donna cui affidare la casa e i figli.
Il miraggio del welfare state

Le due condizioni in Italia non ci sono. Salvo in alcune città, il servizio pubblico non esiste o è ai minimi, e la Ue non fa che chiedere di ridurre la spesa pubblica almeno fino al 2013. I salari (per non parlare della mancanza di impieghi in tempo di crisi) tendono a degradarsi al precariato, che obbligandoti a pensare al mese in cui sarai sospesa, non ti invita certo a programmare una maternità. Paradossalmente, la proposta della Libreria implicherebbe quella società comunista a redistribuzione totale e mirata, che è stata buttata alle ortiche anche come miraggio da trent’anni in qua. E non abbiamo anche noi sussurratao, se non sbaglio, meno stato più mercato?
Nel mercato, e perdipiù deregolato, la cura della casa e di un figlio va pagata, a meno di non metterlo gratis sulle ginocchia di qualche nonna o zia, eternizzando la gratuità del lavoro femminile di cura, che solo chi non lo ha mai fatto può ritenere tutto gioia e piacevolezza. Nel mercato, con i pochi soldi che abbiamo, cercheremo di pagare la badante (come la chiama Bossi) il meno possibile; e non c’è limite alla corsa in basso delle remunerazioni in tempo di penuria, così anche noi mettiamo un ginocchio sul collo delle migranti. Stiamo male tutte e due perché le statistiche europee confermano che le donne sono retribuite (se va bene come in Francia) il 20 per cento meno degli uomini. In un’occupazione regolare. Perché nei contratti atipici i dati precipitano. E peggio va con la selva dei lavori autonomi, tanto sperati e glorificati, dove alla dipendente è chiesto perlopiù un sorta di cottimo, essendo pagata a risultato previo gradimento del datore di lavoro. È lavoro autonomo diventare venditrice di creme o di biancheria alle amiche, senza un minimo salariale né un contributo previdenziale? E già nello scomparire in occidente della grande fabbrica industriale, si profila la grande fabbrica dei servizi del 2000, dai call center ai grandi tour operator, all’assistenza dopo vendita delle grosse marche alle reti di comunicazione alle migliaia di impieghi il cui lavoro consiste nel cercar lavoro, grandi edifici di vetri e cristallo dove siedono in fila fianco a fianco migliaia di ragazze, ciascuna isolata in un gabbiotto con un certo numero di chiamate da fare o di pratiche da sbrigare in tempi rapidi prefissati.

Quando un compagno ci assicura che il lavoro si sta femminilizzando, intende che sarebbe più fluido e soave. Quale esempio di occhio maschile! Femminile, pensa, perché più elastico e, ha ragione, più a buon prezzo. E poi le donne sono dolci e concilianti, si dimentica che aprivano la vertenza alla Borletti prendendo a zoccolate i vetri della direzione. O erano consigliate dalle cattive maestre del movimento operaio? Andiamo. La verità è che nelle condizioni attuali il «doppio sì» può essere realizzato da donne relativamente abbienti: professioniste o impreditrici. Una normale operaia o impiegata non ce la fa.

La Libreria delle Donne ha ragione in un punto: nell’indicare un motivo della durezza della nostra condizione nell’introiezione di una condizione fatalmente subalterna. Ha ragione nell’invitate a dare ascolto a quel che sentiamo e vogliamo. A farne una leva contro lo spessore opaco dei rapporti patriarcali. Nel mondo del lavoro essi si impongono contro regolamenti, contratti e leggi. Ma desiderio non è sogno, è lucido confronto fra noi e quel che abbiamo davanti, noi e i rapporti che ci sono costruiti attorno, si nutre della volontà di non accettarli, di cambiare. Se non diventa questo non è desiderio, ma immaginario, e all’immaginario concediamo già troppo.
La mappa dei desideri

Farei una mappa assai concreta del mercato del lavoro, care amiche di Milano. E anche una mappa dei desideri. È proprio vero che è iscritto nel nostro Dna il bisogno di maternità? Molte di noi, non un’esile minoranza, non sono madri. O non hanno voluto o non hanno potuto e in ogni caso non si sono dannate per diventarlo. Rispettano ma non apprezzano il bisogno di un rampollo fatto assolutamente dei cromosomi propri e di quelli del consorte, che obbliga a un percorso accidentato fra medici, cliniche, lettini, analisi, ormoni, vetrini, provette – come se maternità e paternità fossero una facenda di ovuli e spermatozoi, invece che del sorriso della madre e delle braccia paterne. Questo «bisogno» vien giù diritto dal peggio del patriarcato.

È invece un fatto, e pesante, che la maternita delle giovanissime è perlopiù un incidente, sopravvenuto in quella sorta di coazine alla sessualità, oggi obbligatoria come era un tempo l’interdizione. È un fatto che le donne di tutti i paesi e religioni, se appena possono mettere il dito sul grilletto genetico, riducono drasticamente il numero dei figli: negli scricchiolii del patriarcato questo il più vistoso. È un fatto che le politiche demografiche per la natalità non portano da nessuna parte. È un fatto che in grandi parti del mondo una figlia femmina è soppressa. È un fatto che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno. È un fatto che il maschilismo si difende nel risorgere delle religioni. È un fatto che grande è il disordine delle soggettività sessuate sotto il cielo. Neanche il desiderio è così semplice. Vogliamo discuterne?

il manifesto 30/5/2010

In risposta a rossana rossanda

L’altra metà del lavoro

Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lorenza Zanuso

La flessibilità imposta dall’economia neoliberista non rappresenta un’opportunità per le donne. Ma il tempo pieno, sempre uguale per tutta la vita, non può più essere considerato un modello a cui adeguare lotte e obiettivi. In questo quadro, chiudersi nell’alternativa fra «più stato» o «più mercato» impedisce di sperimentare nuovi modi di accogliere il conflitto, che di per sé costituisce un passaggio essenziale per cambiare l’organizzazione del lavoro.

-Immagina che il lavoro (testo scaricabile in www.libreriadelledonne.it/Stanze/Lavoro/ stanzalavoro.htm), merita alcune precisazioni e ci spinge a riflessioni più generali che ci piacerebbe aprissero sul manifesto un confronto, secondo noi necessario e urgente. Rossanda ci invita: «vogliamo discuterne?». È un invito che abbiamo molto apprezzato e che facciamo nostro. Lei dice che noi vediamo nella flessibilità una opportunità di conciliazione maternità/lavoro. Questa obiezione gioca sull’ambiguità del termine flessibilità (delle persone per il lavoro o del lavoro per le persone?). Certamente noi non abbiamo mai sostenuto che la flessibilità imposta dal mercato del lavoro neoliberista sia un’opportunità per le donne.

Noi affermiamo – e con noi lo affermano da tempo centinaia di economiste e studiose in tutto il mondo – che il modello di lavoro full-time full-life ha una storia specifica, fondata su una specifica divisione del lavoro tra i sessi: gli uomini al lavoro retribuito e le donne a casa. Diciamo che, con la partecipazione femminile di massa al lavoro per il mercato (unitamente al controllo della procreazione e alla più generale consapevolezza nata con il movimento delle donne), questo modello non è più sostenibile; e che va rimesso in discussione per tutti, uomini e donne. In altre parole: il tempo pieno, sempre uguale, per tutta la vita, non può più essere considerato il modello cui uniformare lotte e obiettivi. Non solo non è perseguibile, ma neppure desiderabile. Così come non è né perseguibile né desiderabile uno sviluppo basato sull’aumento infinito dei consumi.
Processi di adattamento sociale

Siamo ben consapevoli che il mercato del lavoro non è più quello degli anni Sessanta-Settanta. Vediamo e ascoltiamo le condizioni di precarietà e ricatto cui sono costretti in particolare i giovani nelle attuali condizioni del mercato del lavoro: donne e uomini, perché questo cambiamento non riguarda specificamente le donne. Eppure, riteniamo imprescindibile mantenere fermo quel punto di analisi, cioè la radicale trasformazione dell’idea stessa di lavoro determinata dalla presenza in massa delle donne anche nel lavoro retribuito. Perché vediamo che quel punto di vista non solo fa chiarezza sulle trappole paritarie (come perfettamente spiega Ida Dominijanni a proposito dell’età pensionabile, sul manifesto del 5 giugno), ma apre a una diversa consapevolezza, diversa anche dalla solita analisi sul lavoro postfordista. E crediamo che, se non ci sono impuntature ideologiche e steccati identitari, questa consapevolezza dia forza alla soggettività politica delle donne, e possa mettere in comunicazione anche donne e uomini che usano chiavi di lettura diverse. A questo primo e fondamentale punto di analisi, noi aggiungiamo un corollario: la completa socializzazione del lavoro di riproduzione attraverso merci o servizi privati e pubblici, che viene proposta come «soluzione» sia nelle impostazioni marxiste classiche sia dai teorici del pieno impiego del capitale umano uomo-donna, non è né credibile né desiderabile. E quindi va rimesso sul piatto della politica e dell’economia l’insieme del lavoro necessario per vivere, il suo senso per i singoli e la collettività, e la sua distribuzione per tutti. E ipotizziamo che in questa discussione le donne possano portare conoscenza e esperienza, un sapere storico che non va buttato via.

Rossanda dice anche che non teniamo in sufficiente considerazione la cancellazione dello stato sociale, i bassi salari delle migranti, e i differenziali salariali uomo-donna. Concordiamo che siano temi di fondamentale importanza, ma riteniamo imprescindibile discuterne a partire da una seria considerazione dell’insieme del lavoro necessario per vivere. Senza poter entrare qui nel dettaglio, osserviamo solo che nessuna di queste tre cose è direttamente correlata alla maggiore o minore flessibilità dei tempi di lavoro. L’assetto attuale del mercato del lavoro italiano, con i suoi squilibri generazionali e territoriali, etnici e sessuali, si è realizzato all’ombra di un silenzioso intreccio di interdipendenze tra lavoro di produzione e riproduzione, il cosiddetto familismo all’italiana.
C’è chi vede questi processi solo o prevalentemente come colpevole sfruttamento di alcune donne su altre donne, o anche come pura e semplice mercificazione del lavoro di cura. A noi questo pare miope. Si tratta piuttosto di un gigantesco processo di adattamento sociale che non è possibile capire né smontare se non si riparte proprio dal guardare agli andamenti e alla qualità del lavoro retribuito di donne e uomini, migranti comprese, dal punto di vista del lavoro di riproduzione dell’esistenza, e non viceversa. Quanto ai differenziali salariali uomo-donna, oltre a essere di controversa misurazione, sono in Italia i più bassi d’Europa (4,9%, vedi Mark Smith su www.ingenere.it) e più in generale derivano sostanzialmente dal fatto che in tutto il mondo occidentale uomini e donne che lavorano hanno caratteristiche personali diverse, e fanno lavori e occupano posizioni differenti nel mercato del lavoro: un fenomeno per il quale si richiede una spiegazione ben più complessa che non la «denuncia» della flessibilità.

Infine, nell’alternativa secca o «più stato» o «più mercato», richiamata da Rossanda, di certo non è venuta da parte femminista la richiesta di più mercato. Restare chiuse in quell’alternativa, che è troppo rigida e troppo semplice, impedisce, ad esempio, di ragionare su «un welfare a misura di relazioni» come abbiamo fatto con Laura Pennacchi, oppure di cogliere dinamiche inedite tra locale e globale e di sperimentare forse anche nuovi modi di agire il conflitto.
Quando poi parliamo di maternità è chiaro che non intendiamo solo maternità biologica, né tanto meno destino identitario.

Condividiamo le osservazioni di Rossanda. Figurarsi se non sappiamo che esiste anche un lato oscuro della maternità. Perfino nel nostro gruppo ci confrontiamo continuamente con tutto ciò: delle otto autrici del Sottosopra, quattro sono convinte madri biologiche e quattro convinte non-madri biologiche. Dice Rossanda: «È un fatto che un senso della riproduzione va ricostruito fra noi e con gli uomini scombussolati dalla caduta del classico ruolo paterno». Ma è proprio per ricostruire quel senso che dobbiamo rimettere al centro dell’analisi politica tutto il lavoro necessario per vivere.

 Su questo tema, la nostra esperienza di confronto con molte donne ci fa dire che l’affermazione del «doppio sì» – cioè di due desideri per molte irrinunciabili, lavorare e stare con i figli – lungi dall’essere percepita come elitaria, o dall’inchiodare ognuna al proprio vissuto, fa tirare sospiri di sollievo, apre spazi importanti di libertà personale e abbatte steccati. La fortuna che l’espressione «doppio sì» – non è un obiettivo politico in senso classico – ha avuto, superiore alle nostre aspettative e negli ambiti più diversi, ci dice che quelle parole danno forza simbolica a ogni singola donna, madre o no, perché valorizzano la sua differenza e le dicono che è possibile ripartire anche da lì. Per fare cosa? Per narrarsi pubblicamente, per contrattare, per agire politicamente.
Agire il conflitto

In conclusione: l’analisi di Rossanda, come altre che leggiamo, ci appare ancorata a una specie di realismo depresso. Al contrario noi saremmo caratterizzate dall’ottimismo elitario. Siamo invitate a scendere sulla terra e a confrontarci con i duri fatti della realtà. A non prendere il desiderio per sogno, a misurarci con la necessità del cambiamento e del conflitto. Eppure nel nostro testo affermiamo con forza la necessità di agire la contrattazione a tutti i livelli, tra sé e sé, con l’altra/o, in casa e nel lavoro. Di riscoprire dal nostro punto di vista la conflittualità. Togliendo a questa parola l’interdetto sociale che ormai si è imposto, che la associa a negatività, debolezza e fallimento, schivando contemporaneamente la modalità bellicosa che ha come misura il controllo del potere. Agire il conflitto, al contrario, vuol dire riconoscere sé e l’altro nella loro differenza. Agire il conflitto per evitare la guerra, che invece vuol dire definire l’altro «nemico» per poterlo annientare. Contrattare per dare spazio pubblico alla differenza.

Per tutti questi motivi, ci viene il dubbio che una difficoltà a confrontarsi tra chi ha a cuore donne-lavoro-politica, stia forse anche nel fatto per cui alcune scommettono sulla forza della libera soggettività femminile di cambiare il senso e l’organizzazione del lavoro, mentre altre non possono sottrarsi alla sofferenza femminile, doppiamente segnata dalla globalizzazione e dal patriarcato, un morto vivente che sa ancora colpire.
Luoghi di parlanti

Per essere più chiare: il nostro testo non dice nulla di sostantivo su quello che le donne sono o dovrebbero essere. Né propone un compiuto disegno di riforma del mercato del lavoro e del welfare, del part-time o dei congedi parentali in un’ottica conciliativa. Contro ogni neutro universale (maschile e femminile), afferma piuttosto la singolarità di ognuna, e scommette sulla possibilità di ognuna di parlare di sé, del mondo (e del lavoro), sia tra sé e sé che insieme ad altre/i. È una possibilità eternamente contesa, e difficile da praticare, ma è il sale della vita. È una realtà che già affiora in quel mondo ricco e difficile da catalogare che è la rete. Quando diciamo che ci vogliono, e ci sono, «luoghi di parlanti» parliamo di questa possibilità, non di altro: creare luoghi in cui le donne possano conoscersi e riconoscersi, scambiare valutazioni, dare parole alle difficoltà, mettere sul piatto i propri bisogni, lasciar affiorare i desideri, attirare anche gli uomini al confronto.
Per incominciare a delineare la mappa dei desideri di cui parla Rossanda, perché è vero che «neanche il desiderio è così semplice». Creare realtà di donne e uomini che si parlano, che trovano se stesse/i insieme ad altre e altri. Che per questa via diventano singolarmente soggetti politici. O ci crediamo che le donne hanno questa forza, o non ci crediamo. Vogliamo ripartire da qui?

il manifesto, 10/6/2010

Fermiamo la manovra del governo contro i diritti dei lavoratori!

// marzo 12th, 2010 // No Comments » // lavori&precarietà

Il lavoro in liquidazione.    

Piergiovanni Alleva, Giovanni Naccari

Soluzione finale. Il governo e la maggioranza di destra stanno per approvare in Parlamento il disegno di legge (1167-b/Senato) che sul lavoro completa l’opera di destrutturazione del sistema di tutele del lavoro, già portata avanti con fervore da ben noti provvedimenti legislativi (detti comunemente «pacchetti») fino al decreto legislativo 276/2003 (c.d. legge Biagi). Si tratta di una sorta di «soluzione finale» (o «crocefissione», stante la vicinanza della Pasqua) perseguita con molta determinazione e anche con una certa perfidia tecnica che rende poco visibile la reale portata e gravità dell’operazione. Allarmate reazioni, infatti, sono venute soprattutto dagli esperti (Consulta giuridica Cgil, Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza, Agi, appello di giuslavoristi). Ma è mancata, finora, la grande mobilitazione della gente comune, come quella che si era attivata dopo l’attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Eppure la posta in gioco è la stessa, e anzi addirittura più ampia di quella che nel marzo 2002 portò milioni di lavoratori a riempire il Circo Massimo.
Tutto il potere al datore

L’ispirazione generale del progetto si fonda, da un lato sulla volontà di privare i lavoratori della facoltà di un rapido ed efficace accesso alla giustizia, e dall’altro dalla volontà di privare i giudici del potere di ripristinare effettivamente i diritti violati dei lavoratori. Questo si evince in primo luogo dall’articolo 32 del progetto che – sotto la specie di voler impedire al magistrato un controllo di merito, ossia sull’opportunità dell’esercizio del potere datoriale – pretenderebbe di lasciare alla decisione semplicemente arbitraria del datore vicende importantissime, quali i trasferimenti o i licenziamenti per ragioni economico-produttive. Dunque, senza alcun contemperamento tra il potere del datore e l’interesse del lavoratore alla stabilità dell’occupazione, come invece vorrebbe l’articolo 41, comma 2 della Costituzione.
Certificazioni false, giudizi arbitrari

Lo sbilanciamento del progetto a favore della parte datoriale risulta altrettanto evidente dalle innovazioni apportate alla certificazione dei contratti di lavoro. Questo istituto, introdotto dalla cosiddetta legge Biagi, ha sempre avuto un fondamento intimidatorio e ricattatorio, perché consiste nell’attribuzione a un rapporto di lavoro di una certa «etichettatura», alla quale il lavoratore acconsente solo per l’assoluta necessità di lavorare. Così normali rapporti subordinati possono essere «certificati» come a progetto, a termine, ecc. Tuttavia, l’esistenza dell’articolo 24 della Costituzione ha garantito finora al lavoratore il diritto di rivolgersi al giudice per ristabilire la vera natura del rapporto. E così ora, per raggiungere l’obiettivo di rendere intoccabile la certificazione di un rapporto sostanzialmente falso, il progetto elimina la stessa possibilità che il lavoratore si rivolga al giudice, prevedendo che nel contratto certificato, stipulato dal lavoratore sotto ricatto, possa essere introdotta una clausola arbitrale per la quale qualsiasi vertenza (sia riguardante la vera natura del rapporto, sia ogni altra vicenda, licenziamento compreso) venga decisa non più dal giudice, ma solo da un «arbitro», cioè da un esperto che, come insegna l’esperienza, è facilmente influenzabile dalle classi economicamente dominanti, e che giudicherà «secondo equità», ossia senza applicare precise norme sanzionatorie.
Sterilizzazione dell’art. 18

Come si può intendere, non sarà necessario attaccare frontalmente l’articolo 18, perché basterà aggirarlo, sostituendo il soggetto che dovrebbe applicarlo. Ad esempio, in caso di licenziamento ingiustificato, l’arbitro più facilmente non deciderà il «reintegro» nel posto di lavoro, ma più «equamente» una modesta «monetizzazione» per l’«arbitraria» perdita dell’occupazione del sempre più solo e indifeso lavoratore.
Come infierire sul precariato

Chi non si è fatto illusioni sugli orientamenti sociali della destra, osserva con sgomento il cinismo con cui il progetto tende a perpetuare lo sfruttamento del precariato. Anche qui l’attacco è per via processuale. Infatti il progetto pone ora ostacoli temporali e psicologici alla possibilità di ottenere la trasformazione in contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, i rapporti precari (a termine, a progetto,somministrati, ecc.) che risultassero per un verso o per l’altro illegittimi. Infatti, ora bisognerà che il rapporto precario sia impugnato stragiudizialmente al massimo entro 60 giorni dalla sua conclusione e che l’azione giudiziaria sia effettivamente iniziata nei successivi 180 giorni. Si sfrutta cinicamente, da una parte la scarsa o nulla conoscenza giuridica dei semplici lavoratori, magari extracomunitari, e dall’altra la titubanza che il lavoratore precario ha sempre verso una immediata impugnazione per la speranza di un rapporto contrattuale spontaneo.
C’è dell’altro

Il progetto, infatti, sfidando la sentenza della Corte costituzionale che ha riconfermato la conversione a tempo indeterminato del rapporto a termine illegittimo, prevede che al lavoratore non vengano dovute tutte le retribuzioni perdute, ma soltanto un risarcimento minimale, con pesanti ripercussioni retributive e previdenziali per il lavoratore ingiustamente assunto come precario. In definitiva, per il governo di destra, egli deve perdere anche quando vince.

*associazione per i diritti sociali e di cittadinanza

il manifesto, 4/3/10